DRAGHI E GNOMI

Nell’articolo che qui sotto riportiamo, apparso recentemente sul Sole 24 ore, Emiliano Brancaccio e Thomas Fazi ci costringono, con efficace sobrietà, a ragionare su quella che è la vera posta in gioco nella politica del banchiere centrale: non tanto un’impossibile soluzione del problema della deflazione quanto la gestione razionalmente ordinata del processo di centralizzazione del capitale, un processo che, a parere degli autori è in Europa particolarmente avanzato e avvantaggia i capitali del nord rispetto a quelli del sud. Un processo che, aggiungiamo noi ritenendo di non distanziarci troppo dal pensiero dei due economisti, è proprio uno degli obiettivi dell’Unione europea, l’altro essendo, come è noto, la compressione dei salari. L’Unione europea, l’euro e la politica della Bce non hanno dunque soltanto lo scopo di indebolire strutturalmente il lavoro, ma anche quello di sopprimere i capitali deboli, ed in ciò il ruolo del banchiere centrale è quello di favorire un ritmo di centralizzazione politicamente accettabile, tale, cioè, da non scatenare rivolte antisistema che mandino a monte tutto il progetto (come da Brancaccio già precisato qui: http://www.emilianobrancaccio.it/wp-content/uploads/2013/02/Brancaccio-Costantini-Lucarelli-Moneta-e-Credito-2015.pdf).
Tutto ciò mostra quanto sia gerarchica ed asimmetrica quella “integrazione economica” che per molti sarebbe il bene assoluto in cambio del quale accettare qualunque vulnus alla democrazia ed al lavoro, e quale sia il ruolo dei conflitti interstatuali in questo processo apparentemente “naturale”. La prevalenza dei capitali del nord è dovuta alla (o favorita dalla) forza di Berlino e (in subordine) di Parigi, e poco importa sapere se i capitali vincenti sono di origine tedesca, francese o indonesiana: importa piuttosto capire che qualunque sia la loro origine i capitali hanno bisogno di appoggiarsi a uno stato per drenare le risorse sociali e per regolare i conti coi lavoratori e coi loro concorrenti. Ed hanno bisogno di indebolire ulteriormente gli stati già deboli se vogliono appropriarsi dei capitali che a questi stati fanno riferimento. In questo quadro il banchiere centrale (la cui nomina, non lo si scordi, è in mano ai Governi) non rappresenta, in qualche modo, gli interessi dell’unità europea contro gli egoismi nazionali, ma tenta di garantire che il processo di centralizzazione asimmetrica di ricchezza e potere non divenga autodistruttivo e non porti all’esplosione dell’Unione con danno per i capitali più forti e per gli Stati Uniti.
Lo fa nell’unico modo consentito dai rapporti di forza europei ed atlantici: non potendo agire come stato – a causa dei dissensi interni e del veto degli Stati Uniti – l’Europa usa in maniera pianificata l’economia come forma privilegiata della propria politica. Da ciò l’apparente funzione di sovrano postpolitico del banchiere centrale, che tanto piace a sinistra, ma che in realtà nasconde l’impossibilità di una politica forte, lasciata da sempre a Washington e in subordine a Berlino.

Draghi e gnomi
Emiliano Brancaccio e Thomas Fazi
– dal Sole 24 ore –

Le politiche monetarie “non convenzionali” non stanno dando i risultati sperati. Il quantitative easing, così come le manovre tese a portare i tassi d’interesse nominali verso lo zero o addirittura a livelli negativi, non appaiono in grado di sospingere l’inflazione e la crescita del PIL verso il loro sentiero “normale”, né sembrano capaci di allontanare le principali economie avanzate dal precipizio della deflazione. L’Unione monetaria europea è in questo senso un caso esemplare. La BCE ha abbattuto il costo del denaro e ha accresciuto la liquidità in circolazione in una misura impensabile prima dell’inizio della crisi. Ciò nonostante, l’inflazione dell’eurozona è addirittura tornata in territorio negativo e non vi è certezza sulla possibilità che arrivi almeno ad azzerarsi alla fine dell’anno.
In questo scenario, da più parti hanno iniziato a diffondersi dubbi sul modo convenzionale in cui viene interpretato il ruolo dei banchieri centrali. Alcuni commentatori sostengono che dopo la “grande recessione” iniziata nel 2008 le autorità monetarie dovrebbero ampliare ulteriormente gli strumenti d’intervento e soprattutto dovrebbero smetterla di perseguire di obiettivi rigidi d’inflazione per puntare invece verso target più flessibili, come ad esempio una data crescita del reddito nominale