Potere al popolo: déjà vu o quasi

Senzanome

Ugo Boghetta

Il Natale, il giorno in cui siamo tutti buoni, è andato. Possiamo tornare ad essere cattivi. Tuttavia questo non serve nel commentare il programma di: “Potere al Popolo”. Basta constatare.

Il testo è infatti la solita lista della spesa in perfetto sinistrese. Una lista così lunga dove trova spazio anche la contrarietà all’allevamento intensivo dei maiali nel mantovano! Sembra uno dei vari programmi elettorale delle tante esperienze della sinistra radicale. Tante cose giuste per carità, ma mancano i nodi, i nessi, le gerarchie, un progetto. Non è un programma. Ed è anche un documento tipico di una coalizione: ognuno mette il proprio pezzo per riconoscersi.

In questo modo, negli aspetti principali, ci troviamo inevitabilmente dinnanzi a veri e propri cortocircuiti.

Continua a leggere…

L’etica di Lenin (ed altre note sul ’17)

lll

Mimmo Porcaro

1914 – 1917

Una inesausta tradizione critica imputa alla Rivoluzione del 1917 l’ ingiustificabile, eccessiva violenza che essa avrebbe esercitato contro gli uomini e le cose, ma soprattutto contro le leggi dell’evoluzione economica e della dinamica storica. Lo si chiami blanquismo, lo si imputi a hybris, lo si veda come opera dei demoni dostoevskijani o come applicazione delle aride geometrie sociali di Cernisevskij, l’errore imperdonabile dei bolscevichi sarebbe sempre lo stesso: l’aver agito fuori tempo e fuori luogo, imponendo la rivoluzione ad un paese troppo arretrato e smorzando sul nascere le possibilità di lento ma sicuro progresso della democrazia, e poi del socialismo, aperte dalla fine dello zarismo. Basta però tornare di poco indietro nel tempo e questa critica mostra tutta la propria infondatezza. Nell’agosto del 1914 la socialdemocrazia tedesca, stupor mundi, vanto del movimento operaio internazionale, immensa e rodata macchina concepita proprio per accompagnare lo sviluppo del dinamico capitalismo germanico verso un esito socialista, vota i crediti di guerra, si allea strettamente con la burocrazia e con l’esercito (iniziando così a legittimare quelle stesse forze che vent’anni dopo avrebbero condotto al nazismo) e contribuisce in maniera decisiva allo scatenamento del primo macello mondiale. In quel momento, come nota giustamente Luciano Canfora sulla scorta di Fernand Braudel, la storia d’Europa avrebbe potuto prendere un corso completamente diverso, tale da influenzare decisamente anche il nostro presente. Si poteva scegliere fra socialismo e guerra, e la SPD fece la scelta peggiorei. Ecco a cosa portano le intangibili leggi dell’evoluzione economica (capitalistica) se lasciate a sé stesse; ecco dove conduce la storia quando è fatta dalle classi dominanti. Ed ecco la ragione del ’17: i socialdemocratici tedeschi, accettando l’evoluzione imperialista del “loro” capitalismo, scatenano la guerra; i menscevichi russi, confidando nell’evoluzione futura del capitalismo russo, non sanno o non vogliono fermarla; i bolscevichi invece la fermano, perché non accettano nessuna delle tendenze evolutive del capitalismo mondiale. Così, mentre nel punto più alto dello sviluppo si realizza il punto più basso della dignità umana, nel punto più basso dello sviluppo si accende invece l’unica luce di speranza per milioni di operai e contadini che si ammazzano nel fango per conto di altri. La rivoluzione dipende certamente da una determinata ed obiettiva congiuntura storica, che deve essere considerata con realismo dai rivoluzionari; ma gli esiti di quella congiuntura possono essere molteplici e non rispondono a nessuna necessità. La Rivoluzione non risponde alle leggi dell’economia né a quelle della storia. Si origina da esse, e con esse deve confrontarsi, ma non segue linearmente il loro corso (altrimenti sarebbe una ripetizione, non una rivoluzione) e avviene dove e quando avviene. E se avviene una volta può avvenire sempre: questo è il lascito antistorico dell’Ottobre (antistorico se la storia è intesa come quel tempo evolutivo, “omogeneo e vuoto” contro il quale scriveva Benjaminii). Un lascito che sembra essere del tutto dimenticato, anche dalla residua sinistra “rivoluzionaria”, che ancora attende che siano la globalizzazione e l’Europa a recare con sé, con lo sviluppo delle forze produttive, lo sviluppo del movimento dei lavoratori, della società civile, della moltitudine e perciò (chissà come) del comunismo.

Continua a leggere…

La sinistra Subbuteo e la vera partita del paese

Senzanome

Mimmo Porcaro e Ugo Boghetta

Il Brancaccio è fallito. Meno male. Forse qualcuno la smetterà di tentare di aggregare gli sconfitti usando le stesse parole d’ordine che hanno causato la sconfitta stessa. Forse qualcuno la smetterà di credere che la proposta dell’unità della sinistra sia il sostituto efficace di una vera strategia politica, quando per la maggior parte del popolo italiano “sinistra” significa per lo più delusione e liberismo. Il Brancaccio è fallito e questo, nel piccolo mondo della sinistra radicale, può essere un piccolo evento salutare perché impedisce che tutta quella sinistra si attacchi da subito al carro dei D’Alema e dei Bersani, e si presti perciò a fare la forza di complemento per i vari governi d’emergenza che dovranno garantire l’ “europeismo” del paese, e quindi la sua subordinazione al liberismo. E perché dopo il fallimento qualcuno ha pensato di reagire. Cosicché, dall’assemblea romana di Je so’pazz’, da Rifondazione, dal Partito Comunista, da diverse realtà di base e singoli militanti è emersa l’esigenza di formare una lista popolare per le prossime elezioni. La reazione è comprensibile e positiva, e addirittura, in qualcuno degli interventi in cui si è espressa, è accompagnata da qualche sortita dal linguaggio abituale e da qualche significativo spostamento in direzione anti Ue. Tanto che Eurostop, l’organizzazione di sinistra che con maggior impegno ed efficacia lavora per una rottura dei vincoli europei, ha accettato l’invito a discutere della fattibilità politica e tecnica della lista elettorale.

Continua a leggere…