Bologna: l’Arci Benassi e l’immigrazione

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  • la differenza fra Salvini e noi –

Ugo Boghetta

A Bologna è scoppiato il caso Arci Benassi, un luogo storico della sinistra, a seguito di un programma mandato in onda da La7 nel quale alcuni soci esprimevano considerazioni positive sulle posizioni assunte in questi giorni da Salvini. Apriti cielo! Imbarazzo totale. Immediatamente è partito, non il dibattito, ma il processo con il corollario di epiteti: fascisti, razzisti ed altro.

Che cosa hanno detto di tanto sconvolgente i malcapitati avventori? Ecco di seguito alcuni frasi: “Salvini fa bene a smuovere le acque. L’immigrazione va regolarizzata. La nave? Almeno ora tocca anche agli altri”, “Credevo alla sinistra quando c’era il PCI, non voto più da tempo”, “Io voto PD ma Salvini prospera perché la sinistra ha lasciato troppo andare. E lui fa bene a farsi sentire con l’Europa. Finalmente uno che ci prova; ma la schedatura dei Rom è sbagliata”, “Salvini dice prima gli italiani. Voto PD ma il partito deve pensare a chi tra noi non ha lavoro, è esodato, ha una pensione da fame”. Come si vede sono frasi che esprimono un sentire popolare e confermano i motivi che hanno portato al governo gialloverde e alla crisi delle cosiddette sinistre. Solo qualche giorno dopo i fatti, al ballottaggio di Imola, un altro baluardo del PD è caduto passando ai 5S. Tutto ciò conferma quanto accaduto in precedenza in altri paesi: Brexit, Francia, Trump.

Nulla di nuovo dunque. Come non nuova è l’incapacità delle cosiddette sinistre di capire che le classi popolari, e non solo, chiedono PROTEZIONE contro la globalizzazione e le sue istituzioni. Non capire la richiesta sicurezza significa non capire la questione sociale.

Certo, ciò è difficile quando una gran parte della cosiddetta sinistra è direttamente colpevole. E quando l’altra, quella radicale, ne condivide la filosofia generale non comprendendo che gli esiti negativi sono l’inevitabile conseguenza dell’attacco condotto contro gli stati nazionali (attacco spesso condiviso da molto anarchismo della gauche) a favore della libera circolazione di capitali, merci e persone. La connessione fra il giustificato sentire popolare e Salvini avviene in questa frattura tra sinistra, il ruolo dello stato e classi subalterne.

Il leader leghista, peraltro, non può e non vuole risolvere i problemi, ma intende usarli: gli consentono una campagna elettorale permanente e gratuita. Per molto tempo ha posto le questioni in termini effettivamente xenofobi ma da quando è al governo ha accentuato un linguaggio che cerca di cogliere un più vasto senso comune: bisogna bloccare il traffico criminale di schiavi, bisogna alzare la voce con gli altri paesi europei che non fanno nulla, bisogna far sì che i bambini Rom vadano a scuola… .

Anche per Salvini i nodi verranno al pettine. Alla lunga non basterà una miniriforma della Fornero o del Jobs act per mantenere il consenso. Il tallone d’Achille è una politica economica che non può funzionare: arricchire i già ricchi per arricchire tutti. Il disagio e l’incertezza rimarranno. Allora il capro espiatorio migrante sarà sempre utile. Del resto appellarsi per la risoluzione dei problemi ad un Unione per questo governo è un paradosso, un’ipocrisa o una tattica. Di vincolante lUnione ha solo l’euro!

Questo però ci aiuta a capire ciò che dovevamo capire da tempo. Senza disinnescare la questione delle migrazioni sarà sempre difficile indirizzare lo scontro verso i nemici principali: il finanzcapitalismo, la logica del profitto, le multinazionali, l’Unione Europea. L’accoglienza senza limiti e regole è benzina sul fuoco. L’Europa andrà sempre più a destra. Mentre l’Italia, secondo il sentire comune di molta sinistra, di fronte alle ondate migratorie dovrebbe semplicemente aprire tutti gli accessi! In questo modo le porte sarebbero aperte, sì, ma a Orban o peggio.

Ovviamente le soluzioni non sono facili. Nessuno ha la bacchetta magica. Ma la questione andrebbe almeno impostata in modo corretto. Il divario economico fra Africa subsahariana ed altre zone permarrà. È vero che si prevede una riduzione delle differenze economiche, ma anche una moltiplicazione per due o per tre della popolazione.

In questo quadro, tolto il 7% circa che ottiene lo status di rifugiato, gli altri migranti sono di altra natura: migranti economici, si dice. In realtà la dizione non è precisa. Sono migranti “politici”.

In Africa, chi ha 4000 euro e oltre di disponibilità per affrontare il viaggio non è un povero. È membro di un ceto medio, in larga parte urbanizzato e scolarizzato, che si sente bloccato nella progressione sociale a causa della ripartizione verso l’alto della ricchezza attuata da élite autoritarie e spesso serve degli interessi occidentali: vedi tutti i paesi che aderiscono al CFA, la moneta unica subordinata alla Banca di Francia. La soluzione scelta è quella dell’emigrazione. Siamo passati dall’esercito di riserva ai popoli di riserva. Vedi anche alla voce delocalizzazioni

Ma questa migrazione, in Europa, impatta con un ceto medio e classi popolari che sono “in discesa” quanto a status e condizione. Lo scontro è invitabile, e se la situazione degli uni e degli altri non cambierà, esso diverrà endemico e si alzerà di livello. L’etnicizzazione del conflitto e della società sarà inevitabile e il conflitto rimarrà fra e nel popolo. Sarà un disastro. Peraltro, i migranti, solo in parte diventeranno lavoratori: molti ingrosseranno le fila della piccola borghesia, altri saranno sottoproletariato.

Va compreso che ogni società ha un suo limite di accoglienza. Ed è tanto più basso quanto più bassa è la condizione sociale delle classi popolari e della maggioranza dei cittadini. Anche l’unità di classe ha un livello in cui può essere perseguita ed un altro dove c’è lo scontro. Se si vuole invertire la rotta, e consentire anche una capacità di accoglienza superiore ed un’unità di classe e di popolo, è dunque necessario regolarizzare, controllare i flussi: anzi concordare i flussi. A questo proposito appare davvero stravagante che chi si riempie la bocca di sovranità popolare non ne tenga in nessun conto in questo caso. Se uno bussa alla mia porta io posso accoglierlo temporaneamente, per sempre, ma anche dire di no: non per odio, ma perché devo commisurare l’accoglienza alla mia condizione ed alla possibilità di un inserimento dignitoso. Per questo, a differenza di Salvini che lavora per mantenere sacche crescenti di utile clandestinità, si devono assicurare le condizioni sociali e politiche per una progressiva piena regolarizzazione di chi si stabilizza in Italia.

Inoltre i migranti si consegnano ad una filiera criminale, concorrendo a produrre una vera e propria economia della migrazione in Libia, Niger, Mali. Un’economia che deve essere sempre alimentata. Siamo anche al paradosso che chi paga il viaggio finisce nei lager. Non può stupire che i migranti, dopo tante sofferenze, vengano anche usati per le trattative con i governi dell’altra sponda o per regolare ed affrontare questioni interne agli stati dell’Unione. Si mette anche a dura prova il diritto internazionale che impone giustamente di salvare la gente in mare. Ma queste leggi sono state varate (sembra a partire dalla vicenda del Titanic) per salvare le persone da naufragi causali: collisioni, incendi, tempeste. Qui ci troviamo dinnanzi a naufragi programmati e continuati. Detto e ripetuto che tutti devono essere salvati, la questione non è umanitaria ma tutta politica.

Ma se è evidente che la soluzione sta all’origine dei flussi, andrebbe tuttavia subito cancellata la frase: “aiutiamoli a casa loro”. È davvero una frase meschina che nasconde intenti meschini. I migranti, infatti, vengono utilizzati per una nuova fase di colonizzazione e controllo delle ricchezze. Prima e dopo gli aiuti infatti arrivano sempre i militari. Anzi, di militari occidentali in Africa, in Medio Oriente, ed in altre zone ce ne sono già davvero troppi.

Se il primo cambiamento sociale, politico, democratico, egualitario deve dunque avvenire in Africa, questo non può essere che essere compiuto dagli africani stessi. Nessuno può liberare nessun altro. Vogliamo altre guerre umanitarie, altre esportazioni di democrazia?! Il continente, per altro, ha una lunga storia di lotte di liberazione e per il socialismo. Lotte spesso fallite proprio per gli interessi e gli interventi dei paesi occidentali. L’internazionalismo di cui spesso si straparla, dunque, non si identifica certo con l’accoglienza ma con la lotta di liberazione e per il socialismo, in occidente come nel resto del mondo.

Il nemico è comune: la globalizzazione liberista, il modello finanzcapitalista, le multinazionali, e i poteri che le rappresentano in modi diversi in Italia, in Europa, e nelle varie realtà dell’Africa e del mondo.

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