Populisti 50 – Comunisti 1. Vogliamo parlarne?

Senzanome

Mimmo Porcaro, Ugo Boghetta

Ci sarà modo di tornare sul significato politico, istituzionale e sociale di queste importantissime elezioni, ma una cosa balza agli occhi. Le classi che hanno maggiormente sofferto a causa della globalizzazione e dell’Unione europea, ossia, per dirla in soldoni, gli strati inferiori della borghesia e del proletariato, si sono apertamente ribellate all’ordine vigente, si sono intrecciate nel voto ed hanno scelto partiti che raccolgono la protesta mescolando nostalgie liberiste e promesse di protezione. L’inevitabile alleanza tra la piccola borghesia ed il proletariato più debole avviene, al momento, sotto l’egemonia della prima. Soluzione obbligata, visto lo spettacolo vergognoso offerto in tutti questi anni dalla sinistra, ormai intossicata da una pestifera miscela di europeismo, retoriche politically correct e movimentismo. Accentuando la sua crisi, il PD segue il destino delle cosiddette socialdemocrazie europee, vittime del loro ipermercatismo. Per parte sua, la variante espressa da Liberi ed Eguali, si dimostra inevitabilmente inefficace, essendo soltanto antirenziana e non sufficientemente antiliberista. E Potere al popolo? Il risultato della sinistra radicale è cosa meno ovvia, perché è in quell’ambiente che avrebbe potuto e dovuto maturare un’alternativa al globalismo europeista e sono quelle le forze che avrebbero dovuto capitalizzare in qualche modo la benvenuta débacle del PD. Invece è avvenuto il contrario, e la sinistra radicale ha raggiunto il peggior risultato della sua storia. Perché?

In verità il gruppo dirigente di Potere al Popolo aveva messo da subito le mani avanti (“siamo soltanto agli inizi, il risultato non è poi così importante, quel che importa è costruire reti…”). Ora, a parte il fatto che presentarsi alle elezioni fregandosene del risultato è un atto irresponsabile (in particolare quando i lavoratori italiani, ritenendo realisticamente inefficaci le lotte, è proprio sulle elezioni che puntano), a parte ciò, dicevamo, la caduta è così brutta che anche mettendo le mani avanti la facciata si prende, eccome. Una facciata tale da imporre un ragionamento, un’autocritica, un inizio, almeno, di vera riflessione. E invece, nisba. La litania è sempre la stessa: partivamo da zero, quindi siamo in crescita, quindi si continua così e si trasforma la lista in un vero progetto politico… . Eh no, care compagne e cari compagni, le cose non funzionano così. Nel campo della lotta di classe solo i forti possono barare. Non noi. Non si partiva da zero, ma dal risultato di Rivoluzione civile, ossia dall’ultimo risultato della sinistra radicale alle elezioni politiche: il 2,25%, il doppio di oggi. Il confronto è assolutamente obbligato perché Potere al Popolo non è affatto qualcosa di nuovo rispetto a quella sinistra, ma un monotono déjà vu, in larga misura orchestrato, oltre tutto, dalle stesse organizzazioni che avevano fatto così bella figura cinque anni fa.

Dove starebbe, infatti, la novità? Nel partire da basso, nel lavoro di strada, nel tenersi le mani pulite dagli intrighi del famigerato ceto politico? Ma queste sono sempre state le idee guida di Rifondazione Comunista, che ha sempre preferito il “basso” all’ ”alto” ed il cui errore non è stato affatto il governismo ma l’essersi fidata troppo dell’Europa e dei movimenti “dal basso”, restando così schiacciata tra il TINA di Bruxelles (e dei suoi servi di centro-sinistra) e l’apatia dei movimenti, che quando invece si muovevano preferivano farlo a fianco del PD. Quindi Potere al Popolo non ha scoperto un bel nulla ed anzi ha riprodotto, a volte peggiorandoli, tutti i vizi di sempre: la genericità del programma, l’esaltazione del conflitto e del mutualismo come sostituto della strategia, il semplicismo del “dagli ai ricchi”, l’approccio unilaterale all’immigrazione, l’illusione dell’ ”altra Europa”. Tutte cose che, se urlate più forte e meglio di Rifondazione, potrebbero al massimo far crescere i consensi nella propria area; ma che proprio avendo successo nell’area stretta della sinistra radicale sarebbero destinate al peggiore insuccesso nell’area vastissima del “resto del mondo”. Infatti, ciò che ci farebbe vincere in casa ci farebbe perdere fuori, perché le idee che tanto piacciono alla sinistra radicale non piacciono al popolo. E quasi sempre a ragion veduta.

Vediamole, infatti, queste idee:

  • Siamo tornati alla lista della spesa, senza capo né coda, senza priorità e senza gerarchie di obiettivi (perché nella predominante logica movimentista l’unico obiettivo è la crescita del movimento stesso), affogando un paio di buone intuizioni nella solita melassa; e questo proprio quando gli elettori hanno bisogno di due-tre parole chiave per orientarsi nella confusione attuale.

  • Si è fatto il solito nobile appello al conflitto ed all’autorganizzazione proprio quando, come abbiamo già detto, i lavoratori pensano realisticamente che il conflitto sociale diretto, al momento, non può pagare più di tanto, e cercano quindi qualcuno che li rappresenti sul piano politico.

  • Si è enfatizzato il mutualismo proprio quando i cittadini hanno invece bisogno di un forte apparato pubblico a cui affidarsi, e quindi di una vera e propria ricostruzione dello stato sociale e dello stato industriale, assunta come obiettivo qualificante di una politica.

  • Si è continuato ad insistere sul “tassare i ricchi” come fonte primaria di finanziamento, senza capire che questa idea, astrattamente sacrosanta, in questo particolare momento non crea consensi, giacché spaventa non soltanto i possibili alleati, ma gli stessi proletari, le cui famiglie hanno spesso redditi misti (in chiaro e in nero, per capirci) e che temono sempre l’eccesso di tassazione sull’immobile posseduto o sognato.

  • Si è affrontata l’immigrazione postulando una completa assenza di controlli, che nessuno stato si potrebbe mai permettere, senza capire il nesso tra la necessaria regolarizzazione dei migranti e l’altrettanto necessaria regolazione dei flussi.

  • Si è degradata la questione europea a questione fra le altre, dedicandole le solite espressioni arrabbiate ma generiche, proprio quando è solo la nettezza su questo punto a poter garantire uno spazio significativo, per quanto inizialmente minoritario, ad una forza politica radicale.

E su tutta questa torta si è poi messa una bella ciliegina: la scelta astutissima di partecipare come comparsa alla commedia antifascista allestita dal PD, con la conseguenza di far apparire come nemico principale quello che è di gran lunga il nemico secondario e di arruolarsi come braccio armato (per fortuna ben poco armato…) nel campo del nemico principale. A tutto danno di un antifascismo efficace che per essere tale ha bisogno a) di distinguersi nettamente (anche agli occhi del grande pubblico e non solo a quelli dei sottili critici) dall’antifascismo liberista ed europeista, vera culla del futuro pericolo fascista, b) di privilegiare la presenza nei territori all’organizzazione di contromanifestazioni che sono una vera manna per i media e per gli stessi fascisti, mentre appaiono folkloristiche ed inutili alla grande maggioranza dei cittadini.

Con questi presupposti ci possiamo stupire dei risultati? No. Anche perché dall’altra parte c’è chi si è mosso con molta maggiore intelligenza e con migliore “connessione sentimentale” col popolo. L’analisi del linguaggio e delle posizioni del M5S dev’essere probabilmente più articolata, ma per quanto riguarda la Lega la cosa è evidentissima. Non vale recitare i soliti esorcismi: “per i leghisti è tutto facile perché solleticano gli istinti peggiori”, “parlano alla pancia delle persone”, “creano il capro espiatorio per continuare a fare i cazzacci loro”. Tutto vero. E tutto inutile. Perché il “cattivismo” può spiegare un 50% del voto leghista, mentre l’altro 50% può essere largamente spiegato dal fatto che la Lega si è mostrata, per ora, molto più radicale dei radicali e molto più “marxista” dei marxisti. Già, perché ha saputo raccordarsi non solo con gli umori più neri del popolo, ma anche col pensiero del popolo stesso, ossia con quell’insieme di proposizioni razionali sul mondo che tutti gli strati sociali elaborano, anche se poi lo mescolano (come avviene al popolo ma anche alle élites, agli incolti ma anche ai tecnici) con ideologie, errori, false deduzioni e vere e proprie panzane. E quali sono gli elementi razionali (e molto vicini al marxismo) dell’attuale pensiero di larga parte del popolo? Elenchiamone tre.

1) Lo stato ci deve essere, questo dicevano gli operai dell’Embraco. Contro il capitale ci vuole un forte intervento della politica e la politica è oggi soprattutto lo stato. La Lega propone un “piccolo” liberismo corretto con lo stato forte e con un po’ di mance. E’ la soluzione? No: ma è molto più comprensibile (ed efficace) della coppia mutualismo+autogestione che la fa da padrona nel radicalismo di sinistra, soffocando i timidi accenni all’intervento pubblico.

2) L’immigrazione è prima di tutto un problema. Ecco un’altra lezione di marxismo. Il significato primario dell’immigrazione è l’uso imperialistico dei proletari delle zone periferiche contro quelli delle metropoli. Quindi l’immigrazione è prima di tutto un problema, per chi arriva e per chi accoglie, e come tale deve essere affrontato. Che poi la soluzione non stia nella clandestinizzazione dei migranti e passi invece per la lotta comune dei bianchi e dei neri è per noi una cosa ovvia: ma questo è un poi che per ora si realizza soltanto sporadicamente. Una razionale considerazione del problema vede per ora soprattutto un peggioramento del mercato del lavoro e delle condizioni di vita, e si deve prenderne atto se si vuole trovare una soluzione. Ripetere che l’immigrazione è soprattutto una risorsa cozza invece non soltanto contro i pregiudizi, ma, in questo caso, anche contro l’esperienza concreta del popolo. Perché divenga una risorsa è necessario comprendere la base razionale della paura e rispondervi: possibilmente senza considerare come minus habentes coloro che sono spaventati.

3) L’Unione europea è un guaio; l’euro ci rovina; da quando c’è il mercato libero stiamo tutti peggio. Queste sono affermazioni limpidamente marxiste e soprattutto leniniste, perché individuano il punto principale su cui si deve intervenire per modificare la situazione. Certo, il popolo spesso non sa che non basta uscire dall’euro, che la causa di fondo dei guai è la natura dei gruppi economici e politici dominanti in Italia, che il “più stato” deve tradursi in programmazione democratica invece che in sussidi alle imprese, ecc. ecc. . Anche qui, tutto vero. Ma l’essenziale, in politica, è l’individuazione del nemico del momento. La parte più povera del popolo lo individua correttamente. L’avanguardia no: forse perché proviene in larga misura dalla parte meno povera. E non ci si dica, please (come si fa dalle parti di Eurostop per giustificare la precipitosa adesione alla lista unitaria), che Potere al Popolo era l’unica formazione chiaramente antieuropeista. A parte il fiero proposito di “rompere l’Unione dei Trattati” (che non prefigura affatto un’exit e comunque era nascosto tra le pieghe di un programma che nessuno ha letto) il manifesto di Potere al Popolo e le dichiarazioni del suo capo politico se la prendevano sempre con le politiche dell’Unione, e non con l’Unione in sé. Mentre il capo della Lega parlava spesso molto male dell’Europa. Certo, per smentirsi furbescamente il giorno dopo, ma il messaggio, comunque, è passato.

Ecco. Si capisce perché M5S e Lega hanno preso percentuali da sballo, che sommate e poi paragonate a quelle dei comunisti fanno 50 a 1, ossia un “cappotto” di dimensioni mai viste. La responsabilità di questo disastro grava tutta sulle spalle dei gruppi dirigenti della sinistra radicale. Anni fa, quando sorse il M5S, ci si associò all’establishment di sinistra nell’irrisione del goliardismo, della superficialità, dell’impreparazione dei “grillini”, dimenticando che ogni movimento rinnovatore è inizialmente “impreparato”, e soprattutto non comprendendo – a causa della sclerosi dei nostri concetti – che il “populismo” è ormai diventato forma normale della lotta di classe. Anni fa, quando la Lega, per intenderci, viaggiava sul 4%, non poche voci suggerirono alla già rimpicciolita sinistra radicale di intrecciare la lotta di classe con quella all’Unione europea, di difendere la Costituzione facendo appello anche all’autonomia nazionale, come base di un internazionalismo non confuso col globalismo. Si rispose che quella scelta avrebbe certamente consentito di superare tutte le soglie elettorali, ma che non la si poteva fare perché quello era il terreno della Lega.

E così siamo qui. Fu inutile spiegare allora – e sarebbe inutile farlo adesso – che la rinazionalizzazione della politica non era il terreno della Lega, ma il terreno della lotta di classe nella fase discendente della globalizzazione, e che si trattava di contenderlo agli altri magari occupandolo per primi. Agli altri abbiamo concesso, invece, cinque e più anni di vantaggio. Sfruttati benissimo.

Tutto questo impone un’amara riflessione.

La sinistra radicale è stata sempre minoritaria e quasi sempre ininfluente sulla politica italiana. Negli anni Settanta ed Ottanta la cosa poteva essere spiegata, ed in parte giustificata, con la presenza preponderante del PCI; negli anni Novanta con il crollo del socialismo e con gli scintillanti inizi della globalizzazione. Ma oggi, dopo dieci anni di seria crisi capitalistica, dopo l’eclisse della cosiddetta socialdemocrazia, dopo l’emergere della grande volatilità dell’elettorato popolare europeo, la cosa, se può essere spiegata, non può più essere giustificata. Soprattutto perché non si può affatto parlare di passività popolare, anzi: la protesta si concentra nel voto proprio perché i lavoratori hanno capito che bisogna modificare i rapporti di potere: e per farlo si affidano “a tutti”, tranne che alla sinistra radicale. Questo vuol dire che la cultura politica della sinistra radicale italiana è del tutto inadeguata ad interpretare l’attuale situazione storica e ad intervenire efficacemente su di essa. Vuol dire, in poche parole, che la sinistra radicale è finita, e che se si vuole salvare un’ipotesi comunista (e la sua concretizzazione socialista), se si vuole salvare almeno una parte di un grande patrimonio di intuizioni e di militanza accumulatosi in circa 50 anni, bisogna operare un taglio netto con quella storia e con quei gruppi dirigenti, e ricominciare daccapo.

Si. La sinistra radicale è finita. E’ finita l’idea che il sociale deve sempre dettare i tempi al politico; che i movimenti sono sempre più avanti dei partiti; che la strategia nasce dall’accumulo delle buone pratiche della “base”; che il popolo, se non è inquadrato dai progressisti, ha sempre torto; che popolo, movimenti e partiti devono costruire soprattutto l’anti-stato, (come se l’esistenza di uno stato fosse sempre garantita); che l’Europa è la storia e l’anti-Europa è la reazione; che “nazione” è termine nobile quando si parla di Vietnam, di Cuba, di Venezuela, di Catalogna, ma quando si parla di Italia fa schifo.

E con la sinistra radicale, tutta la sinistra è finita. Potrà rinascere soltanto riproponendo l’ipotesi di un socialismo disegnato sulle esigenze del paese. Soltanto comprendendo il nesso, oggi strettissimo, fra l’interesse nazionale all’economia mista, allo sviluppo del mercato interno, a nuove grandi aree aperte agli scambi ma chiuse al movimento incontrollato dei capitali, e l’interesse di classe alla piena occupazione, alla ricostruzione del welfare, alla pace. Soltanto sapendo interpretare le esigenze di sicurezza di tutti, penultimi e ultimi, bianchi e neri. Soltanto proponendo una rottura dell’Unione europea in nome di una Confederazione di stati sovrani che voglia ridurre (e non, come oggi avviene, aumentare) gli squilibri tra partner, e che promuova una politica di pace. Una sinistra potrà rinascere, insomma, soltanto come sinistra nazionale e popolare.

E’ ora che chi crede a questa prospettiva si unisca e si faccia sentire.

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