Questioni teoriche II: stato, nazione, sovranità

Senzanome

Mimmo Porcaro

1.

Abbiamo finora visto che lo stato, non solo nei momenti di crisi ma anche in quelli di relativa quiete, è essenziale all’esistenza del capitalismo e che quindi il concetto di stato fa parte del concetto stesso di capitale. Abbiamo inoltre visto che la guerra non è per nulla l’effetto della sovrapposizione della logica bellicista degli stati a quella “pacifica” del commercio, ma è la prosecuzione con mezzi statuali di una logica feroce di dominio che nasce dall’economia capitalista. Dobbiamo ora chiederci quale sia l’interno funzionamento dello stato capitalistico: che cosa è, insomma, lo stato? Se si pensa lo stato come un insieme di istituzioni pubbliche che, governato da uno o più enti formalmente preposti al compito di direzione, ha piena sovranità su un territorio e su tutte le classi che lo abitano ed esercita tale sovranità attraverso leggi rese efficaci, in ultima istanza, dalla forza militare, se lo si pensa cioè come una realizzazione della modellistica politologica, hanno buon gioco coloro che dichiarano morto o inefficace lo stato perché la globalizzazione ha dissolto la sovranità, il caos ha moltiplicato i centri di potere invisibili o informali, i capitali sfuggono ad ogni controllo e la complessità ha reso inefficace la legge universalistica rispetto ai patti della governance e alla microfisica del potere. Le cose però cambiano non appena si adotti un concetto più articolato e flessibile di stato, più coerente con la migliore ricerca marxista e soprattutto più adeguato a cogliere sia le trasformazioni che la persistenza delle funzioni statuali. Secondo un tale concetto lo stato è quell’insieme di istituzioni pubbliche e private, nazionali ed extranazionali che, agendo secondo prassi formalmente codificate, o comunque secondo un piano, ed utilizzando in ultima istanza norme coercitive, ma anche patti privati aventi effetto di norma pubblica o processi sociali ed economici aventi effetto di coercizione politica, consente una ordinata e continua riproduzione dei rapporti sociali all’interno di un territorio dai confini definiti ma permeabili. Tale riproduzione si realizza garantendo l’unità delle diverse frazioni delle classi dominanti, la loro connessione con le potenze internazionali egemoni, la repressione e neutralizzazione delle classi subalterne e/o la gestione di un compromesso con esse. Al fine di assicurare una relativa coerenza interna ed una effettiva continuità della riproduzione dei rapporti sociali, l’insieme delle istituzioni lato sensu statuali deve darsi un centro dirigente ed unificante, ma questo centro è mutevole, può identificarsi di volta in volta con questa o con quella istituzione, può a volte sdoppiarsi o moltiplicarsi, e non sempre coincide coi centri formali e visibili del potere politico. Generalmente esso è lo snodo in cui si incrociano gli apparati di stato maggiormente capaci di decisione politico-militare, i gruppi privati più influenti e i rappresentanti diretti o indiretti delle potenze mondiali egemoni. Come si vede, si può rinunciare ad una rigida e semplicistica concezione dello stato (fondata sul nesso stabile fra un territorio determinato, una salda sovranità e la piena vigenza di leggi universali tutelate da una forza militare propria) senza per questo dissolvere lo stato stesso nelle interrelazioni dell’economia e della società, e senza rinunciare quindi ad individuare le logiche specifiche dei diversi stati e ad indicare i nodi dove si addensano le scelte e le responsabilità, i luoghi che devono essere occupati, distrutti o piegati ad una logica alternativa.

2.1

Analizziamo meglio, adesso, alcuni degli aspetti della nostra definizione di stato, iniziando dal rapporto tra istituzioni pubbliche e private. La compresenza di tali istituzioni all’interno dello stato non è affatto una caratteristica dell’epoca della governance, ma ha piuttosto a che fare con la natura dello stato stesso. Prima di tutto, dato che lo stato ha il compito di gestire in maniera ordinata e continua i rapporti tra le classi, va osservato che il coinvolgimento delle istituzioni di quelle stesse classi nello svolgimento delle funzioni pubbliche può rendere ancor più ordinate e continue le relazioni fra gli attori interessati. Ma una tale caratteristica, che può essere colta anche da uno sguardo meramente funzionalista, non è forse la più rilevante. Più importante è il fatto che lo stato capitalistico risulta da un compromesso, sempre rinegoziato, tra la necessità dell’esistenza di una istituzione “terza” capace di compensare i conflitti tra capitalisti, e la tendenza di questi ultimi, per ragioni di profitto e di potere, ad esercitare in proprio il maggior numero possibile di funzioni pubbliche e ad utilizzare lo stato solo per socializzare le eventuali perdite e per i lavori più ingrati. La privatizzazione dei servizi pubblici e della stessa funzione di rappresentanza politica non sono che alcuni aspetti di un fenomeno che è ben evidenziato anche dalla moltiplicazione delle associazioni che svolgono, quasi sempre come imprese private, funzioni di mediazione sociale generalmente attribuibili allo stato. L’aspetto più importante in questo campo (particolarmente evidente oggi, ma presente fin dalle origini) è però quello del rapporto fra le banche centrali ed il resto del sistema bancario-finanziario. L’effettivo carattere della banca centrale (che può essere pubblica, semipubblica ma anche privata) e le mutevoli relazioni di dominio, partnership, subordinazione che essa instaura con le altre banche segnano spesso la differenza essenziale tra una forma di stato e l’altra. La stessa ultima grande crisi e la sua momentanea soluzione possono essere lette anche, se non soprattutto, come un effetto del contrasto tra le banche pubbliche e quelle private attorno alla titolarità della funzione di emissione (o meglio di validazione) del denaro. L’ipertrofia del credito privato (cresciuto peraltro sotto l’occhio benevolo della Fed) altro non è stata che l’effetto della sostituzione, nella funzione di perno del sistema, del denaro pubblico con quello privato (il che ha prodotto una massa immane di denaro “fasullo”, assai più ingente e assai meno gestibile di qualunque debito pubblico). Il ritorno alla garanzia delle banche centrali ha segnato una significativa inversione del pendolo verso la centralità del denaro pubblico e della guida politica. Ma d’altro canto l’ideologia, il personale dirigente, la natura giuridica e la struttura proprietaria delle banche centrali ne fanno al momento più una camera di compensazione delle contraddizioni tra singoli capitali che il soggetto di una possibile politica economica popolare.

2.2

Il grado di autonomia relativa delle diverse istituzioni private, la forma del loro compromesso con lo stato ed il tipo delle funzioni statuali da esse svolte contribuiscono, insomma, a definire i caratteri della forma di stato che di volta in volta si realizza. Così, ad esempio, il fascismo si caratterizza anche per la distruzione dell’associazione autonoma dei lavoratori e l’assunzione dell’associazione padronale (che invece rimane, questa sì, autonoma e efficace) come centro di elaborazione della politica economica. Lo stato keynesiano si caratterizza invece per le triangolazioni neocorporatiste in cui il governo costruisce la politica economica ricorrendo stabilmente al confronto con le associazioni sindacali e datoriali, le quali hanno anche la funzione di attuare direttamente alcune delle direttive pubbliche. Lo stato neoliberale è caratterizzato da una forte presenza diretta dei fiduciari delle grandi imprese nel governo e nello stato, dalla riduzione dei sindacati ad interlocutori secondari e dalla devoluzione continua di servizi e funzioni pubbliche alle imprese e ai sindacati stessi nonché alla pletora del “no-profit”. Un tale proliferare di soggetti privati può dare a prima vista l’idea di una dispersione del potere, ed in effetti una sorta di feudalizzazione della statualità e/o di autonomizzazione di poteri privati è – come abbiamo visto – certamente in corso. Ma da un lato la gestione privata del potere pubblico non è una novità, e l’attuale accentuata privatizzazione non rappresenta quindi di per sé un mutamento qualitativo della funzione dello stato né decreta la sua scomparsa di fronte allo strapotere delle grandi imprese ed all’invadenza del “privato sociale”. Dall’altro va considerato che la privatizzazione di molte funzioni pubbliche può rafforzare lo stato nei confronti delle classi popolari, perché aumenta le risorse disponibili per la difesa/repressione e per le politiche pro business, e perché segna il passaggio da un modello di politiche sociali fondato sul diritto ad uno fondato sull’incertezza ed il clientelismo. Inoltre, la stessa dispersione del potere pubblico si accompagna spesso, dialetticamente, alla concentrazione verticistica dei principali snodi decisionali, necessaria ad evitare o a compensare le tendenze all’anarchia. E, cosa decisiva, una tale concentrazione trova spazio soprattutto oggi: la crisi economica e le tensioni geopolitiche hanno indotto ed indurranno sempre di più un accentramento del potere di stato e ciò, pur tenendo fermo lo scopo della massima privatizzazione possibile, comporterà una accresciuta dipendenza de facto delle grandi imprese dalle decisioni statuali, data l’accentuazione del rischio insito in autonome strategie politiche delle singole imprese, troppo condizionate dall’orizzonte short term. Vi sarà dunque una tensione crescente tra lo stato neoliberista e i soggetti privati che lo hanno permeato o al quale esso ha delegato funzioni, una tensione che creerà un coacervo di relazioni contraddittorie in cui non sarà facile distinguere azione pubblica e azione privata. Per orientarsi in questo apparente caos si può precisare che le istituzioni private possono essere considerate come parte dell’azione statuale ogni volta che agiscono in maniera più o meno verticalmente coordinata dalla (o alla) autorità pubblica e ogni volta che perseguono fini ulteriori rispetto a quelli propri dell’interesse privato rappresentato. E si può aggiungere che ogni processo economico avente rilevanti effetti di classe, il quale può risultare ovviamente anche da un’autonoma strategia dei capitalisti, diviene momento dell’azione statuale quando risulta da scelte del banchiere centrale o del ministro dell’economia o quando, pur generato dall’esterno, viene amplificato in maniera prociclica come intervento negli equilibri di classe dati. Monti docet.

2.3

Insomma: anche se indebolito, lo stato torna ad essere il centro strategico principale, e il conflitto tra gli stati, proprio in quanto stati nazionali, torna a scandire i tempi della storia e in buona misura della stessa lotta di classe. La rinazionalizzazione della politica è fenomeno che data almeno dalla fine del bipolarismo mondiale. Questa realtà è stata occultata dalle pratiche (ed ancor più dalla retorica) di una globalizzazione che di fatto sanciva il dominio delle nazioni più forti inscrivendolo nelle regole delle organizzazioni sedicenti sovranazionali (Ue inclusa ): la crisi ha svelato i rapporti reali fra gli stati e la dura distinzione fra debitori e creditori, concausa scatenante dei peggiori conflitti. Certo, gli stati nazionali che emergono dalla crisi della globalizzazione non sono identici a quelli che alla globalizzazione hanno dato il via. Alcuni sono molto più forti, altri molto più deboli; l’accresciuta interdipendenza ha reso meno liberi i movimenti di ciascuno di essi; le “ineludibili” leggi del neoliberismo hanno fortemente limitato le funzioni di mediazione statuale fra le diverse classi e fra le diverse regioni di ciascun paese. Ma tutto ciò non riesce a scalfire la centralità attuale degli stati per il semplice fatto che le forme di regolazione alternative a quella interstatuale, ed in particolare le forme del mercato mondiale, mostrano di avere una capacità regolatoria ancor minore e di essere fonte di disordine più che di ordine. E’ chiaro che gli stati capitalisti tenderanno a imporre il proprio ordine attraverso la guerra, qualunque forma essa assuma. Del resto l’interdipendenza a cui si è fatto cenno non favorisce affatto la pace – come vogliono le illusioni mondialiste – bensì proprio la guerra, vista come modo per ridurre, appunto, la dipendenza da altri. E le crisi di consenso derivanti dall’acuirsi dei conflitti di classe e regionali inducono facilmente le élite a cercare compensazioni nel nazionalismo aggressivo. Ma se negli stati vi sono tutte le risorse finanziarie e normative necessarie ad approntare la guerra, vi sono anche quelle necessarie ad imporre la pace, e gli stati stessi (e con loro la stessa idea di nazione) divengono un campo di battaglia nel quale si decide l’uso privatistico e bellicista, oppure sociale e pacifico di quelle risorse. E’ anche per questo che (come potrà essere meglio argomentato in una specifica riflessione sul socialismo) nessuna strategia favorevole alle classi subalterne potrà essere efficace, oggi come ieri, se non mira alla conquista e trasformazione dello stato come condizione necessaria pur se insufficiente della costruzione di un nuovo potere popolare. Altrimenti non potrà essere eretto nessun argine capace di resistere al capitale finanziario ed alle strategie imperialiste. Affidarsi ai (presunti) “liberi flussi” della globalizzazione, sperando magari di “surfare” su di essi con le città ribelli, le regioni liberate e i piccoli territori autogestiti significa solo affidarsi sorridenti al boia.

2.4

Passando a considerare la nozione di “centro”, o centri, del potere di stato (e ricordando che lo stato tende inevitabilmente a darsi un centro che garantisca la coerenza della sua azione, che questo centro può variare a seconda delle diverse congiunture e che di esso fanno parte quasi sempre organi palesi e occulti dell’apparato pubblico) si deve anche aggiungere che l’esistenza di questo centro (e la sua natura) non deve essere data per presupposta e deve essere individuata ogni volta attraverso specifiche analisi concrete che possono anche giungere a concludere che, nel caso in esame, un centro non esiste e che anzi quello che ci appare come uno stato, uno stato non è, essendo completamente succube di forze sovra o infrastatuali. Più in generale, il ruolo dell’analisi concreta – oggi più importante che mai nell’indirizzare e dosare le iniziative delle classi subalterne – sarà proprio quello di indicarci quale sia la forza relativa del centro e quali siano le istanze esterne alle quali esso deve in qualche modo obbedienza. E qui entra in gioco un ulteriore fattore della nostra definizione, generalmente tralasciato da chi si cimenta con la questione dello stato, o considerato come elemento non inerente al concetto: la presenza organica, tra gli apparati di stato, di istituzioni extranazionali, visibili o no, formali o informali che, quando rispondono alle potenze imperialiste egemoni, sono quasi sempre direttamente connesse al variabile centro dirigente del complesso sistema statale. Dire che tale presenza è organica allo stato serve, oltre che a spiegare buona parte dei comportamenti dei diversi apparati pubblici o pubblico-privati, anche a capire fino a che punto sia vero che, in un ottica di conquista del potere da parte delle classi popolari, la rottura dei precedenti equilibri geopolitici e la costruzione di nuove relazioni internazionali divengono non soltanto precondizioni esterne di tale conquista, ma condizioni interne della sua effettualità. Tale conquista può dirsi effettivamente compiuta, anche nella sua fase iniziale, soltanto quando il potere politico è effettivo, ossia quando è situato in un contesto internazionale che lo rende efficace e quando le istituzioni extranazionali interne allo stato sono quanto meno neutralizzate. Insomma: alla teoria della dispersione del potere opponiamo che in ogni stato esiste un centro dirigente senza il controllo del quale ogni politica è scarsamente efficace. Alla teoria della centralità assoluta del governo opponiamo che il centro deve essere ogni volta individuato ex novo, che esso si sposta da una istituzione all’altra a seconda della bisogna. E opponiamo che in ogni caso la piena padronanza delle “stanze del comando” non consiste nella mera azione governativa ma anche nella costruzione di una nuova costellazione di attori sociali ed istituzionali e di un insieme inedito di relazioni geopolitiche. Ne discende certamente che la conquista (ed ancor più la trasformazione) del potere va intesa come un processo, ma ne discende anche che oltre che di conquista si deve parlare di costruzione e ricostruzione del potere politico stesso.

2.5

Dire, come sopra, processo non significa ripetere che “il fine è nulla e il movimento è tutto”. Così come indicare la complessità delle dimensioni sociali ed istituzionali del potere non significa vagare indifferentemente tra l’una e l’altra di queste dimensioni. Complessità non è (come troppo spesso si vuol credere) sinonimo di indeterminatezza, ma di ricchezza delle determinazioni e di relativa imprevedibilità delle loro interazioni. Nella nostra definizione di stato rientrano, come abbiamo visto, anche tutti quei processi sociali ed economici che, pur non agendo con le forme classiche della politica, riescono a determinare effetti di disciplinamento. Gestione dell’assistenza e della sanità, modelli di consumo e di produzione, oscillazioni di ciclo economico, disoccupazione ecc., quando siano in un modo o nell’altro gestiti o mediati da apparati anche pubblici, rientrano a buon diritto nella sfera dello stato, cosicché la trasformazione dello stato ha a che fare anche con questi aspetti “impolitici” della politica e con diverse istituzioni non-statuali dello stato (Terzo settore, ecc.). Ciò non autorizza però a dire, ripetiamolo, che l’essenza del potere si trova diffusa e dispersa nella società e che il processo della sua conquista/trasformazione consiste in uno scontro generico tra i movimenti e il potere stesso, scontro in cui ogni conflitto vale l’altro, in un’ottica di crescita cumulativa dell’antagonismo sociale. Il processo implica invece rotture determinate nei luoghi ben precisi che di volta in volta costituiscono il centro di quella mistura di “sociale” e “istituzionale” che è lo stato: luoghi non definibili in astratto, mai identici, che devono essere individuati, come detto prima, da una precisa analisi congiunturale. Il processo si presenta come una serie di rotture che produce effetti spesso inattesi (come il già ricordato spostamento del centro decisionale da un luogo all’altro), e che non si svolge solo al livello delle istituzioni pubbliche ma nemmeno può essere pensata come lotta del “buon” sociale contro il “cattivo” politico. Una volta riconosciuto il rapporto organico tra aspetti pubblici ed aspetti privati dello stato, la tanto esaltata autonomia del sociale non può più essere data come un presupposto, ma come il risultato di un intervento politico che operi una selezione tra le diverse esperienze ed alla fine metta capo alla costruzione di istituzioni popolari autonome sia dal presente stato capitalista sia dal futuro stato socialista, capaci di contribuire alla distruzione del primo e di entrare in positiva dialettica col secondo. Ma anche tale ultimo tema può essere approfondito solo nel contesto di una riflessione sul socialismo.

3. 1

Egualmente determinato deve essere il processo della rottura geopolitica, e l’analisi concreta deve dirci, per ogni fase dell’evoluzione del mercato mondiale, quale sia l’unità territoriale “minima” dell’azione, ossia quella nella quale sia possibile quanto meno iniziare un’attività politica sufficientemente autonoma da parte delle classi popolari. Tale unità minima deve essere oggi identificata con lo stato nazionale e ciò sia per i motivi detti poco sopra, sia perché mentre le organizzazioni sovranazionali più influenti sono esclusivamente strumento della lotta di classe dall’alto, gli stati nazionali conservano invece tracce della lotta di classe dal basso e in ogni caso possono costituire, soprattutto se uniti da un patto di cooperazione, quell’argine alla libera circolazione dei capitali che è condizione essenziale per una politica popolare. E’ certo peraltro che lo stato nazionale potrà svolgere questa funzione progressiva soltanto a due condizioni. Prima di tutto esso dovrà essere trasformato smantellando lo stato neoliberista, aumentando il peso delle classi popolari e riducendo gli eventuali conflitti regionali (operazioni che, detto per inciso, richiedono l’esistenza di una autonoma organizzazione dei lavoratori che non si identifichi con l’apparato di stato e quindi non si adagi su nessuna soluzione insufficiente). In secondo luogo lo stato nazionale, ed in particolare il singolo stato nazionale europeo, deve certamente rivendicare la propria autonomia, ma come mezzo per dar vita ad un nuovo spazio internazionale cooperativo capace di fronteggiare efficacemente il capitale. E’ quindi giusto difendere lo spazio nazionale perché oggi il dominio del capitalismo occidentale, e la redistribuzione del potere al suo interno, passano proprio dalla distruzione o dalla sottomissione di quello spazio. Ma la nazione stessa non riuscirà a riconquistare le proprie prerogative se non all’interno di una più ampia dimensione. Se è vero che oggi in Europa il nazionalismo democratico è, e differenza di ieri, una forma della lotta delle classi popolari, è altrettanto vero che l’internazionalismo è condizione d’efficacia (e di esistenza) dello stesso nazionalismo democratico.

3.2

Essendo una risposta all’esigenza di trovare lo spazio più adeguato alla lotta di classe, la riscoperta dello stato nazionale non ha nulla a che fare col richiamo del sangue e del suolo, con l’appartenenza ad una storia e ad una lingua, e meno che mai ad un’etnia: ha a che fare con la necessità di trovare il migliore veicolo per l’azione popolare, e rimanda quindi ad una collettività politica orientata a governare i flussi economici e non a subirli passivamente. Certo: ad intervenire efficacemente sulla globalizzazione, come abbiamo visto, non possono più essere gli stati singolarmente presi, date le innegabili mutazioni verificatesi nell’ultimo trentennio. Ma meno che mai possono essere entità territoriali minori: l’eventuale formazione di entità substatuali, regionalistiche o comunitarie, deve essere vista in linea di massima come un sintomo e non come una cura della malattia. Essa è spesso una reazione alla fine delle politiche redistributive degli stati, ma rischia di peggiorare la situazione perché mette capo ad un indebolimento delle possibili difese contro il liberismo e ad un’integrazione ancor più subalterna dei piccoli territori negli spazi dominati dalle potenze egemoni (l’“Europa dei popoli” contro gli stati è una perfetta simbiosi trai piccoli nazionalismi e il liberismo). Ciò non ci esime, comunque, dalla necessità di una attenta analisi concreta che valuti volta per volta il significato di eventuali secessioni. Il fatto che lo stato nazionale sia al momento la forma iniziale ottimale del conflitto non significa che quest’ultimo debba sempre presentarsi come scontro tra stato-nazione ed enti sovranazionali. In genere le rivoluzioni non attendono la propria forma ottimale per iniziare, e tale forma può apparire in un momento successivo, e non necessariamente all’inizio del processo. Le tensioni generate dalla globalizzazione e dall’Unione europea sono talmente potenti che anche quando assumono una forma sub-ottimale possono produrre effetti rilevanti: oltre alla valutazione di tipo dimensionale (che deve essere preoccupazione costante) è necessaria la valutazione della natura di classe, degli impatti geopolitici, delle crepe che le stesse mobilitazioni regionaliste possono aprire nella credibilità dell’establishment.

4.1

La sovranità di cui si può ragionevolmente parlare oggi non è quel potere assoluto e illimitato di cui si favoleggia per poter poi dire che per fortuna non esiste più. Qui ci riferiamo, al contrario, ad un significato apparentemente minimale ma oggi potenzialmente dirompente di sovranità, considerando quest’ultima come attributo di un ordinamento giuridico: quell’attributo che fa sì che le decisioni di un soggetto pubblico siano formalmente libere e tendenzialmente efficaci. Questa sovranità non è nemica dei diritti individuali e della democrazia, ma ne è una condizione di possibilità. Questa sovranità, che intanto si deve rivendicare in quanto è limitata da una costituzione, rende a sua volta possibile l’esistenza effettiva della costituzione stessa. Quando la dissoluzione della sovranità nazionale non mette capo ad una democrazia sovranazionale ma al dominio delle nazioni più forti, la rivendicazione della sovranità non è un regresso agli albori dell’assolutismo, ma un progresso verso la riconquista della democrazia: è per questo che essa diviene dirompente anche se è formulata in modi pacati e sobri che ne limitino le latenti potenzialità di dominio interno e di aggressione esterna. Se le potenzialità di dominio interno sono ben tenute a bada dal riconoscimento dell’attuale inscindibile nesso tra sovranità e costituzione, quelle di aggressione esterna sono limitate dal riconoscimento del ruolo positivo che ogni sovranità può svolgere nei confronti dell’altra. Infatti, col dire che quello di sovranità è un concetto che contiene in sé stesso il proprio limite perché è posto in relazione con altre sovranità e può anzi esercitarsi solo in rapporto con esse, non si riconosce solo la funzione negativa e rivale delle altre sovranità, ma anche la possibilità che, in un mondo sempre più turbolento e di fronte ad un capitalismo sempre più mobile, la stessa efficacia di ogni singola sovranità dipenda dalla sua connessione con le altre. Dunque la condizione d’esistenza della sovranità è la compresenza di altre sovranità che ne codeterminano l’efficacia, a volte limitandola a volte, in quanto alleate, potenziandola. Da questo punto di vista appare del tutto improduttivo oscillare tra la nostalgica (e infondata) illusione di una sovranità assoluta e una soddisfatta o preoccupata constatazione di morte della sovranità stessa: si tratta piuttosto di misurare, dopo aver rivendicato la sovranità formale come condicio sine qua non, i diversi gradi possibili di sovranità reale, che corrispondono ai gradi di autonomia relativa di uno stato o di un insieme di stati.

4.2

Così definita la sovranità si presenta come condizione elementare dell’efficacia della politica in generale e di una politica popolare in particolare. Ma anche come condizione elementare della possibilità di contrastare l’inevitabile degenerazione di ogni potere. L’individuazione precisa di un sovrano comporta infatti sia la possibilità di contestare chi usurpi la sovranità stessa (le oligarchie a danno del popolo), sia la possibilità di limitare costituzionalmente e contestare politicamente qualunque sovrano quando commetta errori o perda la propria legittimazione: cosa che può accadere anche al popolo sovrano quando le decisioni dei suoi pur legittimi rappresentanti o le sue stesse decisioni “dirette” siano errate o ingiuste. Tutte le alternative che la sinistra radicale ha proposto contro la sovranità in quanto tale non hanno la stessa efficacia politica della sovranità né offrono le stesse garanzie di fronte alla degenerazione del potere di stato. La moltitudine (ma ciò vale in fondo per tutte le svariate idee di comunità territoriale, di zona liberata, ecc.) si presenta come comunità di cooperazione fraterna, giacché si suppone che l’organizzazione complessiva del lavoro sia ormai confusa con la vita e (con un’implicita adesione ad ideologie di derivazione cattolica) che la vita sia semplicemente espressione di una sostanza umana comune, e quindi non attraversata da antagonismi. Ma questa visione irenica della cooperazione sociale (che rammenta alcune delle ideologie che hanno accompagnato la pianificazione sovietica impedendole di veder chiaro nei propri interni conflitti) nasconde sia le pesanti contraddizioni che ineriscono alla stessa vita elementare, sia le durissime asimmetrie presenti nel processo lavorativo capitalistico sia, in ogni caso, le diseguaglianze che scaturiscono dalle esigenze tecniche di ogni processo di lavoro e che tendono inevitabilmente a fissarsi e riprodursi. Nasconde quindi l’esigenza di una istanza terza necessaria a riequilibrare i rapporti sociali, il carattere inevitabilmente istituzionale di tale istanza, la necessità che essa possa emettere provvedimenti coercitivi, e la necessità che essa sia facilmente individuabile per imputarle decisioni sbagliate. Facendo mostra di credere all’immagine che la communication technology vuol dare di sé, e quindi al mondo orizzontalmente connesso che delizia l’ebetudine del consumatore compulsivo di smartphone, la moltitudine si presenta (in maniera ironicamente simile al socialismo reale, ma in realtà addirittura più nociva) come comunità organica che assorbe in sé tutte le funzioni una volta esercitate dallo stato, e che è ontologicamente immune dalla degenerazione ed incapace di commettere errori sostanziali che inficino i suoi stessi principi . Non è del tutto esatto definire anarchica o neo-anarchica una tale posizione, nonostante i suoi evidenti debiti nei confronti dell’anarco-capitalismo statunitense. Essa in realtà sembra situarsi a metà strada tra il pensiero anarchico e l’altra profonda critica al concetto di sovranità che, in nome della comunità e contro lo stato, è stata formulata dalla destra radicale. Del resto, la dialettica tragica del potere investe tutti e nessuno è esente dal ripetere la parabola sovietica. La fondazione dello stato sui soviet (o l’assorbimento del primo nei secondi) implica l’illusione che potere e società siano divenuti identici e l’impossibilita di comprendere e di dare svolgimento all’inevitabile dialettica fra i due termini. La “semplice amministrazione delle cose”, che dovrebbe sostituire lo stato, si rivela nei fatti estremamente complessa, richiede specialismi e burocrazie che diventano veramente pericolosi soprattutto quando non si abbia una teoria che comprenda la necessità del loro sorgere, e quindi i modi per tenerli a bada. E per saltare subito all’oggi, la tanto decantata comunicazione reticolare orizzontale, anche a prescindere dal suo attuale carattere capitalistico e dalle imprese oligopolistiche che in essa prosperano, si rivela nei fatti come un luogo che produce spontaneamente hub che agiscono come veri e propri oligopoli informativi di enormi dimensioni, contornati da un pulviscolo di concorrenti del tutto ininfluenti; hub il cui potere asimmetrico è assai più intenso di quello di una qualunque agenzia statuale. Infine, e ragionando all’estremo, colui che odia lo stato spesso lo fa perché concepisce ogni stato soltanto come dominio assoluto e non sa immaginarne una variante temperata: quando le inevitabili difficoltà e la durezza dell’organizzazione sociale, ed ancor più dei processi di trasformazione, gli si parano dinnanzi, egli è disarmato di fronte alle inattese e complesse necessità di direzione e rischia di esercitarle nell’unico modo che ritiene possibile, ossia quello più autoritario.

5.1

La più importante ragione dell’attaccamento opportunistico (e suicida) di gran parte della sinistra all’Unione europea sta nel carattere apparentemente indeterminato del potere che in essa si esercita, un carattere che ben si sposa con la già notata indeterminatezza del processo rivoluzionario (o, meglio, genericamente trasformativo) che tale sinistra propone. L’Unione europea piace perché sembra essere un luogo privo di sovranità, un luogo in cui quindi non ci si deve prendere il fastidio di conquistare e trasformare il potere di stato, e che rappresenta il terreno migliore, e perciò irrinunciabile, per una (pretesa) organizzazione a-statuale della società. Ma l’Unione europea non è nulla di tutto questo, ed è piuttosto il risultato del momentaneo compromesso tra diverse e divergenti sovranità. Essa è infatti lo spazio in cui si incontrano tre progetti nazionali. Il progetto Usa, interessato ad una vasta area di mercato libero che possa contrastare la Russia ma al contempo non sia base di una nuova e più potente sovranità statale, e quindi funzioni soprattutto come spazio economico. Poi il progetto delle nazioni europee aderenti, attratte dai (passati) benefici economici dell’unità, ma incapaci di darsi uno scopo politico comune su cui costruire un nuovo stato. Infine il progetto della nazione europea egemone, ossia la Germania, che preferisce per il momento mantenere la propria egemonia attraverso strumenti economico-procedurali e non direttamente politico-militari. Il risultato di questo incontro non è la scomparsa della sovranità ma il suo occultamento e sdoppiamento. Occultamento perché con una libera scelta politica le diverse sovranità europee hanno deciso di regolare i propri reciproci rapporti e quelli con le proprie classi subalterne attraverso una delega della politica stessa all’economia (ed alle norme giuridico-amministrative attorno ad essa costruite), una delega tale da poter nascondere le responsabilità di ciascuna di esse sia nell’accresciuto sfruttamento dei propri lavoratori sia nella svendita del lavoro, dei risparmi e dei diritti dei propri o altrui cittadini. L’euro (il Reagan d’Europa), che è il perno di questa soluzione, sembra essere l’unico sovrano, ed il modo automatico con cui esso impone la centralizzazione del capitale e la deflazione salariale è una delle più plastiche illustrazioni della teoria marxiana del feticismo e dell’occultamento, appunto, dei rapporti di potere tra classi. Sdoppiamento perché la sovranità non si esercita soltanto in forme occulte, ma torna alla bisogna sul davanti della scena. L’economia, come abbiamo già più volte notato, non può affrontare da sola i compiti che le sono stati delegati, e quindi nei momenti di crisi, in mancanza di una vera politica cooperativa europea, non può che riemergere la mai scomparsa politica degli stati nazionali. Nello stato d’eccezione (che è il momento in cui si manifesta il vero sovrano), ossia nell’acutezza della crisi economica, i rapporti sociali e geopolitici sottostanti ai meccanismi puramente funzionali si mostrano con brutalità: gli organismi comunitari tacciono, le burocrazie attendono ordini e ricompaiono i governi che, fuori da sedi formali, riaffermano il dominio di una coppia di stati (e infine di uno tra essi) come forma del domino dell’intero capitalismo europeo. L’ Europa non è la tomba del sovrano hobbesiano, che in qualche modo ai suoi sudditi doveva comunque rispondere, ma la culla di una sovranità fatta solo per schiacciare le classi e le nazioni subalterne.

5.2

Tutto ciò mostra come sia fuorviante l’idea secondo la quale all’accresciuta integrazione delle economie nazionali europee deve necessariamente corrispondere, come più coerente espressione istituzionale, un vero stato sovranazionale. Non c’è nessun presupposto storiografico, economico, filosofico che ci consenta di argomentare che ad una determinata configurazione produttiva debba per forza corrispondere, come soluzione ottimale, uno ed un solo modello di stato: le diverse forme statuali (città stato, stati nazionali, imperi…) non disegnano un’evoluzione lineare che va dalla dimensione più piccola alla più grande, ma si succedono in maniera imprevedibile in forza di un insieme eterogeneo di fattori. Pur ammettendo che l’integrazione delle economie europee sia cresciuta (ma dovremmo interrogarci almeno sul quanto e sul come) non sta scritto da nessuna parte che la forma migliore per gestirla sia un semi-stato apparentemente sovranazionale e non piuttosto una confederazione di stati sovrani. Quest’ultima può infatti sia favorire un’integrazione economica più equilibrata (consentendo maggiori possibilità di voice ed exit alle nazioni più deboli), sia comportarsi di fatto come vera entità statuale continentale, vera perché fondata prima di tutto su un patto politico. La rottura dell’Unione europea deve quindi essere immediatamente affiancata dalla proposta di costruire una confederazione basata sulla scelta dell’equidistanza trai blocchi, della cooperazione con le economie emergenti, col Medio Oriente e col Nordafrica, dell’invenzione di un nuovo modello sociale europeo che inverta la tendenza all’impoverimento ed alla divaricazione tra le classi.

6.

Concludiamo con un’osservazione di diverso tenore. Quanto detto in queste pagine, e nella prima parte di questo scritto, vale anche a ribadire il carattere non predeterminato, originale e spesso imprevedibile delle forme concretamente assunte dalle contraddizioni del capitalismo. Per questo motivo, quando qui abbiamo parlato di riproduzione dei rapporti sociali capitalistici, lo abbiamo sempre fatto separando decisamente la nozione di riproduzione da quella di identità. La riproduzione dei rapporti sociali capitalistici non si realizza come ripetizione dell’identico, e non solo perché avviene all’interno di situazioni storiche determinate, ma anche perché è essa stessa a generare eterogeneità e variazione: la riproduzione è una matrice di storicità, e lo è per il concorso di tre fattori. Prima di tutto, la realtà concreta del capitalismo è data dall’intreccio di almeno due sfere (l’economia e la politica) complementari ma distinte, aventi leggi differenti e differenti scansioni temporali: due sfere eterogenee la cui concreta combinazione non può che essere ogni volta originale. In secondo luogo, la riproduzione è un processo di lotta di classe ed è quindi esposta alle variazioni dei rapporti di forza ed ai mutevoli compromessi di volta in volta raggiunti. Infine, ed anche per i motivi appena esposti, la riproduzione non è un fato ineluttabile che si impone impersonalmente agli attori sociali, ma è piuttosto una dinamica certamente inevitabile che però può realizzarsi solo attraverso le libere ed in parte imprevedibili scelte dei diversi attori. E’ come se il capitalismo ponesse ad ogni società il problema di come riprodurre nella migliore maniera possibile i propri rapporti fondamentali. Nessuna società – se non decide di modificare il modo di produzione su cui si basa – può eludere questo problema, ma ogni società lo può risolvere in maniera diversa, a seconda della diversa articolazione tra economia e politica, del diverso sviluppo della lotta di classe e della maggiore o minore capacità degli attori di interpretare la realtà e di fornire risposte adeguate. E nelle risposte può celarsi l’errore di replicazione che conduce a soluzioni insufficienti e foriere di crisi, oppure a soluzioni inedite, capaci di inaugurare una nuova fase del capitalismo. Si può quindi dire che oltre alle differenze ereditate dalla storia e dalla geografia, ciò che da luogo alla distinzione tra le diverse formazioni sociali in cui si articola il capitalismo è proprio la riproduzione stessa, che è un processo necessariamente aleatorio ed aperto, che può ripetere le invarianti fondamentali del capitalismo solo in maniera ogni volta diversa e solo come combinazione singolare di elementi convergenti ma eterogenei ossia, appunto, come specifica formazione sociale. E’ proprio la formazione sociale, e non semplicemente il “modo di produzione capitalistico”, ad essere la sede della storia e della politica. E sono proprio la capacità di trovare il nesso tra le forme concrete del capitalismo e le sue leggi generali, l’attitudine a mostrare legami che altrimenti sarebbero celati e a proporre obiettivi politici che su questi legami sappiano intervenire, sono proprio queste cose a costituire l’essenza di una politica comunista e, più in generale, di ogni politica che non sia banale adattamento alla realtà attuale e voglia piuttosto intervenire su di essa secondo un progetto guidato da un’idea.

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