L’intrigo catalano e la chiarezza italiana senza effetti

Senzanome

Mimmo Porcaro Ugo Boghetta

La Catalogna ci darà molto da discutere e da pensare nei prossimi giorni e mesi, e inevitabilmente, in un caso così complicato (che, colpevolmente, negli ultimi tempi, quasi nessuno ha qui in Italia seguito con cura) un giudizio complessivo potrà maturare solo per gradi. Per ora ci limitiamo a fare qualche breve precisazione, anche in risposta ad alcuni commenti ad un nostro recente articolo che ci sono parsi troppo influenzati da “schieramenti preliminari” che in questa vicenda non aiutano molto. Chi sostiene, da sempre o da ieri, la centralità attuale dello stato nazionale come migliore risposta al dominio capitalista è generalmente contrario all’indipendentismo catalano. Chi appoggia le “piccole patrie” è entusiasticamente favorevole. E il ragionamento troppo spesso finisce lì. Per noi la cosa è invece molto meno lineare.

Facciamo una premessa: noi pensiamo che la lotta di classe e popolare debba prendere per concretezza le mosse dallo stato nazionale e rivendicarne l’autonomia e la sovranità, come condizione necessaria ad iniziare un mutamento politico all’interno ed un nuovo patto cooperativo fra stati all’esterno. E pensiamo che le secessioni localistiche o regionalistiche siano più un sintomo che una cura del male: derivano dall’indebolimento degli stati voluto dal capitalismo globalista, ed aggravano questo indebolimento aumentando la disgregazione. Disgregazione che è una delle forme di realizzazione della globalizzazione stessa, che predilige connettere le “piccole patrie” dentro a sistemi sovranazionali, giudate da forme ademocratiche e sostanzialmente tecniche, che avere a che fare con patrie troppo grandi. Anche quando le secessioni interessano, come quasi sempre avviene, le regioni o le zone più ricche di un paese che rivendicano la restituzione del divario tra il dato ed il ricevuto, tale rivendicazione, in epoca di turbolenza globale, potrebbe rivelarsi assai miope. Tu contribuisci al 55% della ricchezza fiscale di uno stato, e vuoi riavere tutto indietro. E sei disposto alla secessione. Benissimo. Sappi però che quando si tratterà di far sentire il tuo peso in sede internazionale, tu potrai far pesare solo quel 55% e non il 100% come in passato. E’ così che le indipendenze preparano future e maggiori dipendenze.

Se tutto questo è astrattamente vero, la realtà concreta può essere però molto più complicata, ed ogni rivendicazione di autonomia o indipendenza, espressa da uno stato contro poteri sovranazionali o da una regione contro lo stato centrale, deve essere giudicata per gli effetti che essa ha e può avere sulla lotta di classe e sugli schieramenti geopolitici.

In Catalogna ci sembrano oggi coesistere, in una proporzione che non sappiamo ben definire e che comunque non sarà certamente statica, spinte “leghiste” e spinte popolari, posizioni (dominanti) filoeuropeiste e posizioni antieuropeiste (per quanto si tratti di un antieuropeismo che per ora non si pone affatto il fine immediato dalla rottura). Al momento la mobilitazione sembra attivare la componente popolare (vedi lo sciopero generale) e produce un importante effetto su scala internazionale, mettendo in luce la natura antidemocratica di quello stesso stato spagnolo che è portato ad esempio di crescita virtuosa dall’Ue, e la natura antidemocratica della stessa Unione, farisaicamente propensa a garantire, quando le serve, quella sovranità nazionale di cui fa regolarmente strame per meglio sottomettere i lavoratori. Certo, la soluzione più ragionevole per consentire al popolo catalano di far veramente sentire la propria voce nei confronti della Spagna, dell’Unione e degli istituti della globalizzazione sarebbe la costruzione di un’ipotesi federalista. Ma la realtà dei conflitti non è mai “sobriamente ragionevole” e pone, seccamente, dilemmi a volte inattesi. Noi pensiamo che oggi la ripresa di una lotta popolare e di una critica di massa all’Ue siano favoriti più dalla lotta del movimento catalano che dalla difesa dello stato spagnolo, agente di quella borghesia transnazionale che è il primo nemico dei lavoratori. Domani gli eventi potrebbero farci dire altro. In ogni caso, per noi la centralità dello stato nazionale non è uno schemino astratto, ma la forma concreta in cui si pone il problema dell’autonomia dei lavoratori e delle classi popolari. E sappiamo che gli stati nazionali possono svolgere questa funzione solo se vengono profondamente riformati, consentendo un protagonismo di tutte le classi e nazionalità che al loro interno si sentono oppresse. Se l’autonomia dei lavoratori e la critica progressiva ad uno stato autoritario (longa manus dell’Ue) sono incarnate, in alcuni luoghi e per alcuni momenti, da una rivolta regionalista, ben venga la rivolta regionalista. Staremo con questa rivolta finché svolgerà questa funzione, e cercheremo di imparare tutte le lezioni che una concreta mobilitazione popolare ci può dare. Ce ne distanzieremo se e quando si mostrerà pienamente interclassista e filoeuropeista. Ancora una volta l’analisi concreta della situazione concreta è la discriminante. Vedere come le contraddizioni fondamentali si esprimono nella realtà, prendendo forme sempre originali. Si può sbagliare l’analisi, ma non si può rinunciare a farla, limitandosi a tifare per gli uni o per gli altri.

In Italia, invece, non c’è nessuna Catalogna, salvo pappagalli che ora cercano di reinventarne alcune. In italia il problema è la riconquista costituzionale dell’indipendenza dall’Unione Europea. La cosa è fin troppo chiara. Qui la sinistra è però davvero indietro. È l’unica sinistra che non rivendica il proprio paese, la propria nazione come ambito prioritario di una politica popolare, di classe per il cambiamento.

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