VIVA LA CATALOGNA ABBASSO L’ITALIA

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Mimmo Porcaro Ugo Boghetta

La “questione Catalogna” fa emergere le contraddizioni analitiche e teoriche della variegata realtà della sinistra italiana cosiddetta radicale e dei comunisti.

Ovviamente è quasi un riflesso condizionato condannare l’intervento della polizia. Scontato è parteggiare per il popolo catalano che vuole un referendum: un referendum non si nega a nessuno. La sinistra in tutte le sue versioni è stata sempre favorevole a tutte le lotte di liberazione nazionale, anche perché, quelle lotte erano quasi sempre orientate alla costruzione del socialismo e vedevano il movimento operaio e contadino protagonista. Ma da tempo la lotta per il socialismo è stata abbandonata dalla sinistra e i comunisti stessi il socialismo non lo sanno più declinare. Ed è per questo che le cose scontate finiscono qui. Tanto più che siamo in una fase politica completamente nuova.

Da una parte la globalizzazione liberista occidentale ha incontrato una forte resistenza. Viviamo in un mondo multipolare, anche se le conseguenze di questo fatto non si sono ancora pienamente manifestate. Dall’altra c’è l’Unione Europea, la crisi del super-stato federale e il passaggio ad un modello a velocità tedesca, col forte protagonismo di due nazioni (l’altra è la Francia), ben superiore a quello degli asfittici organismi comunitari. Questi ed altri eventi hanno riproposto, dopo la sbornia della presunta fine degli Stati che tanto ha inebriato la sinistra noglobal, la questione dello stato nazionale. Il “caso Catalogna” si innesta in queste crisi e ripropone la questione della nazione e dell’interesse nazionale.

In effetti la natura del super-stato unionista e la cessione continua di sovranità a Bruxelles, acuendo le tare storiche dei diversi stati nazionali, ha alimentato la tendenza all’autonomia delle regioni (ed in alcuni casi la loro spinta a costituirsi in nazione): Scozia, Fiandre, Baviera, e appunto Catalogna. O l’invenzione di entità nuove: la Padania. Ma la stessa dinamica che produce le scissioni, tende a renderle potenzialmente irrilevanti. L’’Europa che si va sempre più ristrutturando attorno all’asse tedesco fa sì che l’ eventuale indipendenza politica della Catalogna (o di altri territori) potrebbe convertirsi in acuita dipendenza economica (e soprattutto in acuita dipendenza delle classi popolari) se accanto al rapporto con Madrid non si ridiscute quello con Bruxelles/Berlino/Parigi. Si può ben presto ridiventare periferici e dipendenti se non si cambiano le politiche che, appunto, sono esattamente le medesime a Madrid come nella Bruxelles germanizzata. Questa è una grande questione aperta: e vale anche per il secessionismo (esplicito o mascherato) della Lega Nord, che diventerebbe il sud della Germania. Ma del referendum di Maroni e Zaia parleremo in un altro articolo.

Dentro questo quadro, come giudicare allora l’indipendentismo catalano?

Il principio generale non può che essere sempre quello dell’autodeterminazione dei popoli: e “chi” sia un popolo lo decide il popolo stesso. Ma la valenza ed il giudizio politico lo decidono i contenuti interni al processo e gli effetti che vengono prodotti nel contesto della fase.

L’indipendentismo e l’autodeterminazione catalani hanno attraversato vari momenti, si sono nutriti di diversi obiettivi, compreso il tema (a volte preminente) della questione fiscale: diamo molto e riceviamo poco (vedi Lega). Ora, tuttavia, sembra che l’irrigidimento centralistico di Madrid, sfumate le ipotesi federaliste e peggiorati gli effetti del liberismo, favoriscano una ribellione più marcatamente identitaria, più radicata nella storia dell’indipendentismo: una rivendicazione di indipendenza in quanto tale.

Se si trattasse solo o soprattutto di questo, la cosa potrebbe interessarci solo relativamente. Per noi l’aspetto decisivo per formulare un giudizio positivo o meno sta nel capire quanto in questo processo secessionista conti la questione di classe e popolare. Sta ne capire se nella secessione, o comunque nell’autonomismo, la questione di classe, gli interessi popolari, la democrazia partecipata possono trovare più spazi per esprimersi e divenire centrali. Molto spesso in questi contesti, dentro a fasi di forte movimento e di partecipazione, i temi di interesse popolare tendono ad emergere, a trovare spazio, a volte a diventare egemoni. E così sembra stia accadendo. Del resto, importanti spezzoni delle classi dominanti sembrano al momento contrari o agnostici…loro da tempo sono sovranazionali. Lasciamo comunque aperte le possibilità di giudizio, ripetendo che nel caso di una rivendicazione di autonomia nazionale, sia essa fatta da una piccola o da una grande nazione, quel che per noi conta è l’analisi dei contenuti di classe e degli effetti geopolitici del movimento. Quell’analisi che, per intenderci, se ci fa guardare con interesse alla Catalogna, ci fa invece opporre ai referendum leghisti, fatti per creare un nano politico orientato al liberismo ed al servilismo verso la Germania.

La cosa che in ogni caso appare chiara e lampante è la stridente contraddizione tra le numerose voci di sinistra che si sono levate (a volte in maniera anche acritica) a favore della lotta nazionale catalana e l’assoluto silenzio, quando non la contrarietà, di quelle stesse voci rispetto alla questione italiana, alla necessità della sua secessione dall’Unione europea e dai meccanismi di dipendenza politica, culturale ed economica ad essa connaturati. Una lotta nazionale che oggi si intreccerebbe con la lotta di classe e popolare, essendo ormai il grande capitale transnazionale e antinazionale fin da Maastricht. E che si intreccerebbe con la lotta antifascista ed antiautoritaria: ci siamo già dimenticati che l’Unione Europea ha operato in modo golpista, in Grecia, cancellando il risultato delle elezioni politiche e del referendum, e in Italia, con l’estromissione forzata di Berlusconi (che andava certo cacciato, ma in un altro modo) per imporre Monti.

A questo si dovrebbe pensare. E invece niente. Viva la Catalogna, abbasso L’Italia. E abbasso, ancor di più l’interesse nazionale, che in Italia fa addirittura fatica ad essere gestito dalla stessa destra: ne parlano, ma in fondo sono a stelle e strisce. Questo per dire quale è la necessità profonda di fare i conti con la nostra situazione e la nostra controversa ed incompiuta storia. Infatti, anche solo in questo ultimo anno tanti sono stati gli eventi che pongono al centro questo tema: lo scontro con la Francia sui cantieri navali e sulla Libia (guerra compresa), il caso Regeni e, con ancor più diretto legame con le questioni di classe, i “casi” Telecom ed Alitalia (qui il non voler riconoscere il ruolo di imprese di interesse nazionale e quindi una forma pubblica di esse ha immediate ricadute sulla condizione dei lavoratori). Per non parlare dell’interesse di classe a contrastare il nostro declino nazionale, progressivo e inevitabile nel quadro attuale, attraverso una politica di interventi pubblico, di piena occupazione e di innovazione produttiva fatta, prima che di tecnologie, di protagonismo dei lavoratori.

Per altro, il mondo policentrico, i problemi degli Usa di Trump e con Trump, le divergenze con la Germania, le difficoltà della Nato, le iniziative della Cina fanno intravedere gli spazi dove gli interessi nazionali e popolari possono incunearsi per trovare adeguato sviluppo. Spazi per praticare la propensione geo-politica alla costruzione di aree economiche cooperative che consentano di porre mano ad una politica a favore del lavoro, e cioè alla costruzione di condizioni internazionali che consentano di cominciare ad attuare finalmente la Costituzione.

Ma, nonostante tutto ciò, sembra che tutte le lotte nazionali vadano bene tranne quella del proprio paese. Qui si inventano mille scuse : il nazionalismo è sempre reazionario (anche a Cuba, anche in Palestina?); il paese è piccolo e non conterebbe (come se la Catalogna fosse chissà cosa), l’Italia ha un passato coloniale (già, ma con la Libia l’aveva in buona parte superato finché, buttando a mare l’interesse nazionale, non ha buttato a mare anche l’indipendenza di quel paese); l’Italia è un paese imperialista (già, ma oggi è un paese dipendente, e può contrastare questa dipendenza solo sganciandosi dall’ “imperialismo unitario” dell’Occidente).

Tutte scuse per evitare di far politica davvero nel proprio paese affrontandone i problemi reali.

L’indipendenza sì, ma è un’indipendenza “nimby”, not in my backyard, non nel mio giardino: si rischia di dover lavorare sodo, e qualcuno potrebbe calpestare i fiori!

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