Trump: nessuno imparerà nulla.

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di Mimmo Porcaro

Cosa imparerà la sinistra radicale italiana dalla (e)lezione di Donald Trump?

E’ presto detto: quasi certamente nulla. Perché? Semplicemente perché nell’ultimo decennio non ha cambiato nulla del suo approccio teorico, delle sue proposte politiche e del suo linguaggio. Eppure l’ultimo decennio ha visto fatterelli quali: la più grave crisi capitalistica dal 1929, il netto regresso della cosiddetta globalizzazione, l’acuirsi del confronto diretto tra Stati Uniti e Russia (e in prospettiva Cina), l’acuirsi della guerra imperialista agli stati in quanto tali, la crisi delle esperienze progressive latinoamericane, il pieno disvelarsi della natura classista e irriformabile dell’Unione europea e dell’euro, la tragedia della Grecia, la crescente egemonia della destra sulle classi popolari, il sorgere di partiti apparentemente post classisti ed estranei alla dicotomia destra/sinistra (M5S, Podemos). E poi la Brexit. E di fronte a questa serie di catastrofi la sinistra radicale continua avere (quando ne ha) idee simili a quelle che aveva all’epoca della globalizzazione trionfante e dell’illusione di una globalizzazione dal basso: approfittare dell’indebolimento degli stati per rafforzare l’autonomia della società e dei movimenti; servirsi del presunto carattere democratico (!) del capitalismo digitale/reticolare per fare a meno del capitale stesso e costruire da subito la cooperazione orizzontale del lavoro; enfatizzare la democrazia partecipata e le interazioni della governance rispetto alla vetusta ed esecranda (chissà perché) democrazia rappresentativa; abolire i partiti forti a vantaggio delle reti di movimento; diffidare della proprietà pubblica e dell’intervento di stato e privilegiare piuttosto i beni comuni e l’economia associativa; benedire gli inevitabili (perché forzati) movimenti migratori come esempio di “libera” circolazione delle persone. E soprattutto porre le questioni di genere, ecologiche e “dei diritti” prima delle questioni di classe, o mischiare il tutto in modo che non si capisca più nulla. Insomma: criticare gli eccessi del liberismo senza proporre il socialismo (ma nemmeno l’economia mista…). Tutta roba che non andava bene prima, figuriamoci adesso.

Dato questo rifiuto di prendere atto dei fatti, come sperare che l’avvento di Trump cambi qualcosa? Semmai le cose (ossia la miopia, le schermature ideologiche, la refrattarietà al cambiamento) peggioreranno, perché Trump è personaggio che può esaltare, per contrasto, tutti i luoghi comuni, tutte le abitudini mentali, tutte le autodifese e tutte le ovvietà di cui la sinistra radicale è capace. Razzista, il nostro, lo è. Sessista pure. Volgare, sbruffone, istrionico quanto e più di Berlusconi. Ipocrita difensore di quei piccoli capitali che ha divorato a bizzeffe nel corso della sua carriera di grande capitalista. Cosicché, quando uno ha finito gli insulti gli rimane poco tempo e poco fiato per la riflessione. Che dovrebbe poi vertere su un solo punto: perché un riccastro riesce ad apparire (e in parte ad essere) anti-establishment ben più di un Ferrero, di un Vendola, di un esponente dei tanti movimenti “antagonisti”? Perché i Ferrero e i Vendola parlano pur sempre nella e della sinistra che il rozzo popolo ormai identifica sempre di più col nemico, perché gli antagonisti pensano più ai riti di autoriconoscimento che alla costruzione di veri legami con le più diverse frazioni della classi subalterne, e perché tutti quanti parlano male del liberismo ma vogliono tenersi la globalizzazione e l’Unione europea, che del liberismo sono la più cruda realizzazione. Perché vogliono il ritorno della politica, ma pensano che “sovranità” e “nazione” siano sinonimo di passato (e di autoritarismo destroide) mentre invece sono l’unico possibile punto di partenza della ripresa del controllo politico sul capitale e dell’internazionalismo (che non è globalismo, ma, appunto, rapporto paritario tra nazioni). Perché parlano di unità della sinistra invece che di unità del popolo: popolo che non a caso si identifica sempre di meno con la sinistra e sempre più con l’astensionismo e con la destra (dato che la sinistra senza socialismo è solo libero mercato + diritti individuali).

In questo contesto le idee di autorganizzazione popolare, di iniziativa dal basso, di autonomia politica dei movimenti, di gestione autonoma e diretta dei beni comuni, invece di costituire, come potrebbero, un’importante integrazione della strategia socialista e una possibile correzione dei suoi limiti, divengono purtroppo un modo per sviare il problema centrale che, solo, può, se risolto, consentire di alleviare le sofferenze del popolo: iniziare a superare la forma privata della ricchezza (iniziare quindi ad espropriare gli espropriatori e a dissolvere il monopolio privatistico del denaro) per dar vita a una politica di investimenti di stato orientata alla piena occupazione, base di ogni ulteriore avanzamento dei lavoratori. Soluzione troppo statalista? Ma nel capitalismo la ricchezza non è un “bene comune” che possa essere gestito direttamente dalla società: essa nelle mani dei capitalisti e quindi è un qualcosa che può divenire pubblico solo grazie alla mediazione dello stato. Non i beni comuni, ma gli interventi e le imprese pubbliche potranno rilanciare ed orientare gli investimenti. Soluzione troppo tradizionale, poco partecipativa? Ma (a parte il fatto che l’intervento pubblico può ormai essere adeguatamente monitorato dalle associazioni dei lavoratori e dei cittadini) la democrazia partecipativa è la democrazia di chi ha tempo, cultura e soldi per partecipare: se aggiungi la democrazia partecipativa a quella rappresentativa, bene; se sostituisci la prima alla seconda prederai inevitabilmente il popolo e lo consegnerai inevitabilmente all’apatia o al populismo di destra.

Insomma: la crisi è così grave che può essere premiato solo un discorso anti-establishment. Ma per mostrarsi esterni all’ideologia dominante bisogna parlare un linguaggio opposto a quello dominante, che è proprio quello che parla di globalizzazione+diritti (ossimoro), di liberoscambismo+protezione dei lavoratori (contraddizione in termini) di Europa, esattamente come la sinistra radicale. Anzi, dopo la Brexit e Trump ed in attesa della Le Pen, addolcire la globalizzazione, proteggerne le vittime, essere “attenti al sociale” è divenuto rapidamente il refrain della sinistra al potere.

Quindi, la sinistra radicale non imparerà nulla da Trump e si abbandonerà alla sua coazione a ripetere slogan che non interessano più nessuno ed allontanano la soluzione: unità della sinistra (Bersani incluso, stavolta?), Europa sociale (con l’euro?), movimenti, associazioni, diritti … insomma tutta la retorica che l’ha fatta scomparire come soggetto politico, dissolvendo anche le non rare idee giuste che sono nate dal suo seno. Peccato. Perché, astrazion fatta dalla notevole incertezza sulle reali intenzioni dell’astuto Paperone e sull’esito del suo confronto con gli apparati Usa, la presidenza Trump potrebbe comunque allentare la presa sulla Russia, investire di meno sull’unità europea e rendere meno rigidi gli spazi di movimento dell’Italia. Una rara “finestra di opportunità” che meriterebbe di essere sfruttata da una intelligente forza socialista. Che non c’è; né può nascere dai detriti dell’ormai vecchia nuova sinistra.

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