Referendum e poi?

ref

di Ugo Boghetta

Stiamo entrando nella fase finale e risulutiva che porterà il 4 dicembre (forse) al voto sulla cosiddetta riforma costituzionale. Un voto importante poiché delinerà lo scenario politico e sociale del prossimo futuro. E le condizioni in cui si terranno le elezioni politiche: 2017/18 non ha importanza.

Se a Renzi riuscisse l’abbinata referendum/elezioni, si costruirebbe una solida piattaforma interna. La paginetta sulle modifiche all’italicum varrebbe il costo della carta su cui è stampata. Renzi potrà decidere se azzarderà il tutto per tutto, oppure si invischierà nelle coalizioni. Il quadro internazionale, invece, resterebbe assai problematico. È in difficoltà in Europa rispetto al rinnovato asse franco-tedesco post Brexit. Bisognerà poi vedere chi sarà e che farà: “l’amico/a americano”.

In questo scenario si potrebbe aprire una fase nuova di opposizione di massa contro il governo, e per la riconquista della Costituzione del ’48.

Nel caso di vittoria del No si aprirebbe una fase assai incerta. Cosa farà Renzi? Il capo dello Stato varerà un governo del Presidente per fare la legge elettorale comuque necessaria? Riuscirà, Renzi, a mantenere la presa maggioritaria sul PD?

A noi, tuttavia, interessa una disanima del fronte del No.

Da una parte troviamo la destra per la quale la Costituzione ha valore zero come dimostrato da tempo. Il No è strumentale a riaprire la partita elettorale e del governo.

Una parte del no di sinistra: i professori, avrebbe vinto la battaglia e probabilemente si ritirera sulle cattedre. La parte del No neo-ulivista alla D’alema, Bersani ecc ecc, a cui la Costituzione frega assai poco, vedi i governi che hanno fatto guerre, liberalizzazioni, privatizzazioni, votato l’articolo 81, tenderebbe ad egemonizzare il risultato. Costoro, avendo finalmente sconfitto il “nemico in casa”, potrebbero apprestarsi, con l’aiuto di una nuova legge elettorale, a ritornare in campo con una propria “ditta” dopo essere stati messi in panchina o “ai domiciliari”. La variegata sinistra alla Tsipras si dividerà fra chi correrà sotto il piccolo Ulivo e chi, non avendo ormai nessun altra prospettiva: “sarà interessato”, magari rivolgendo qualche critica d’occasione. Quest’ultima, tuttavia, dovrà scegliere fra essere mosca cocchiera o stringere un pugno di mosche. Si sa, quando si vive di tattica si muore delle strategie degli altri.

Rimane invece un popolo del No che in questa battaglia ha creduto. Che l’ha vinta e che dovrebbe, potrebbe chiedere un cambiamento vero, l’attuazione della Costituzione: finalmente.

È però questo un popolo senza riferimenti consistenti a reggere tale sfida. E, dunque, rischierebbe di essere risucchiato nell’ambiguità piccolo-ulivista. È un popolo confuso da questi decenni di apparenti vittorie e sconfitte sostanziali. Che ha creduto di battere Berlusconi e si è ritrovato: Monti, Letta e Renzi.

Un popolo che, magari, ha creduto alla “seconda repubblica” ed alla prosopopea del potere al cittadino ma che ,via via, si è trasformata in tutto il potere all’esecutivo.

Un popolo che ancora non ha ben chiaro che tutto questo rimanda alla finanza, ai mercati, all’economia sul ponte di comando: tutti incompatibili con la democrazia.

Non ha affatto chiaro che siamo al divorzio storico fra democrazia e capitalismo. Che l’economia non può essere intralciata da “lacci e laccioli” democratici e, dunque, dalla pressione dei lavoratori e dei cittadini. Che si modificano le istituzioni e le leggi elettorali per poter meglio gestire i voleri dei mercati, della finanza, dei poteri forti: del liberismo insomma. Che la modifica della seconda parte della Costituzione viene portata avanti per gestire le politiche liberiste dell’Unione Europea e gli impatti sociali che queste determinano: sui lavoratori, sui cittadini, sui diritti. Le leggi degli ultimi decenni sono tutte anticostituzionali in quanto improntate al Trattato di Maastricht: precarizzazione del lavoro, legge Fornero, tagli alla scuola ed ai servizi pubblici, non rispetto del risultato referendario contro la privatizzazioni dell’acqua.

La posta in gioco è dunque alta. È lo scontro fra egemonia dell’economia o della democrazia, dei mercati o dei diritti dei lavoratori e dei cittadini.

È uno scontro fra due modelli di società. La prima è quella individualista, competitiva, fondata sul perseguimento spasmodico ed assoluto del profitto, l’individualismo sfrenato. Mentre la seconda è solidale, democratica, fondata su di un economia mista, l’intervento dello Stato in economia sia come regolatore che come attore in prima persona. Del resto, la prima parte della Costituzione deve essere realizzata e lo Stato, come i privati, devono concorrere a questo fine. È un compromesso fra lavoro e capitale, dunque, ammette il conflitto. È tutto il contrario della società liberista, il pensiero unico, la fine della storia, il: “non c’è alterantiva”, e dove ogni conflitto è un attentato.

Motivi per cui la prima parte della Costituzione è contrastata sempre e accantonata, messa in mora, dall’entrata nell’Unione.

Lo chiede l’Unione Europea è il verbo che tenterà di ritornare come prima. Come in Grecia non c’è alternativa dentro il quadro unionista.

Ed è questo che è necessario far capire nella campagna referendaria che rimane: difendere, attuare la Costituzione è possibile solo fuori dall’Unione e dal liberismo.

Sia in caso di vittoria dei sì che dei no, è in questo spazio politico che possono tornare in gioco i comunisti e la sinistra radicale. Questo sarà possibile solo se saranno capaci di interpretare la fase senza correre dietro alle nuove sirene del centrosinistra ed uscire dalla cantilena dei conflitti, dei movimenti, del sociale fine a se stessi.

Quello di cui bisogna dotarsi e un progetto politico che, partendo dalle difficoltà e ristrutturazione in atto dell’Unione, sappia far propria una nuova Lotta di Liberazione, l’interpretazione autentica della Carta, l’obiettivo della riconquista della sovranità nazionale politica e monetaria come condizione per una nuova sovranità popolare indirizzata verso il cambiamento. Un progetto politico che deve sporcarsi le mani nella costruzione di un blocco sociale interessato allo sganciamento dall’Unione e dal liberismo. Un progetto politico che necessita del cambiamento coerente dello Stato, del ruolo del pubblico e della politica stessa. Un cambiamento che sappia dare credibilità ed entusiasmo nelle lotte proprio perchè concreto. Lotte necessarie sul piano interno contro le classi legate al liberismo. Lotte per una nuova collocazione geopolitica che porti il paese fuori dall’insicurezza economica, dal predominio della finanza e dei mercati, delle guerre che gli Usa, in particolare, stanno fomentando sulla nostra testa. Un progetto di rinascita della democrazia rappresentativa ma anche capace del rilancio strategico di quella democrazia partecipata cui tanti cittadini cominciano ad affezionarsi.

E, poiché siamo al divorzio fra capitalismo e democrazia, è tempo che i comunisti riprendano in mano la battaglia per il socialismo. Un socialismo nuovo e diverso, che fa tesoro degli errori del passato, ma anche concreto e capace di parlare qui ed ora.

L’anno prossima sarà il centenario della Rivoluzione. Faremo commemorazioni!?

Hic rodhus, hic salta.

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