guerra di oggi, guerra di domani

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Mimmo Porcaro
Guerra di oggi, guerra di domani.
Una recensione a Domenico Moro

Due sono i meriti maggiori del bel volume che Domenico Moro ha dedicato a quello che viene oggi presentato come conflitto tra “Occidente” e “Islam” (La terza guerra mondiale e il fondamentalismo islamico, Imprimatur, Reggio Emilia, 2016). Il primo è quello di essere un efficace strumento per ricostruire ragioni e forme del conflitto e per iniziare a comprendere, attraverso le opportune distinzioni, quel mondo dell’islamismo che viene quasi sempre descritto come un compatto blocco di atteggiamenti conservatori e reazionari, espressione di un arretratezza economica e politica che l’Occidente è ovviamente candidato a redimere. Il secondo è quello di ribadire con nettezza l’interiorità di questo conflitto alla strategia bellicista dell’Occidente e la necessità della guerra nel mondo dominato dal capitali.

Stagnazione secolare, caduta del saggio di profitto, conseguente necessità di trovare nuovi e più remunerativi sbocchi all’esportazione di merci e (soprattutto) di capitale, sono le tendenze economiche generali che stanno alla base delle guerre oggi condotte dall’Occidente: tendenze la cui natura fa dire a Moro che ben presto le proxy wars (ossia le guerre indirette, limitate e per procura) non saranno più sufficienti a garantire quella distruzione di capitale che sarebbe necessaria a far ripartire l’accumulazione, e che quindi “soltanto una guerra dispiegata tra grandi potenze” (p.127) potrà fornire una (presunta) soluzione. Se questo è il quadro generale del conflitto, che rimanda alla permanente natura imperialista del capitalismo, la particolare fase dello scontro intercapitalistico a cui oggi stiamo assistendo “è caratterizzata dal tentativo dei Paesi imperialisti di annullare le conseguenze della decolonizzazione, ristabilendo un controllo più efficace sulle aree periferiche come il Medio Oriente. Contemporaneamente, però la mondializzazione ha aperto anche un rimescolamento dei rapporti di forza e una accentuazione della competizione, a seguito dell’emergere di nuove potenze economiche”, giacché “il fatto economico e politico più rilevante degli ultimi venti o trent’anni è l’avvio di un’accumulazione autonoma di capitale in alcuni Paesi periferici” (pp. 122-123). Lo scontro tra blocco occidentale e Brics è dunque il dramma in cui siamo calati. La forte e disastrosa iniziativa imperialista, e in particolare statunitense, nel Medio Oriente non è quindi che un momento di qualcosa di assai più ampio, e non è dovuta soltanto alla necessità di controllare le risorse energetiche di quell’area, ma anche al bisogno di difendere il ruolo centrale del dollaro (che dipende in gran parte dal suo essere la valuta in cui avvengono le transazioni relative al petrolio) e di conquistare posizioni geostrategiche essenziali nello scontro con Russia e Cina. Qui stanno le origini del conflitto mediorientale e della scelta occidentale di distruggere gli stati laici dell’area (che ovviamente non sono stati sostituiti dalla primaverile postdemocrazia dei social, che tanto piacerebbe alla nostra sinistra, ma da svariati Quisling che precariamente mediano tra poteri imperialisti e forze predemocratiche locali); da qui nasce per l’imperialismo la necessità di ricorrere, rinverdendo una strategia di cui Moro ricostruisce le lontane radici, a quel jhadismo che oggi gli si rivolta contro; da qui nasce per noi l’esigenza di distinguere tra le diverse forme dell’islamismo e dello stesso radicalismo islamico, compito nel quale il libro di Moro è di sicura utilità. Prendendo le mosse da una lettura non illuminista della religione, che ne riconosce una permanente funzione legata soprattutto a “cicli messianici” capaci di interpretare momenti di crisi epocale, l’autore sottolinea prima di tutto il legame tra crisi economica, crisi del socialismo, ritirata dello stato e crescita del diretto ruolo politico sociale dell’islamismo (ma anche, e non meno, del cristianesimo: si vedano i processi di rievangelizzazione dell’America latina), crescita dovuta anche alla parziale redistribuzione del reddito che l’islamismo predica come un dovere e pratica attraverso forti strutture di assistenza sociale, in larga parre finanziate dalle petromonarchie. In secondo luogo illustra, come già detto, le rilevanti differenze interne al radicalismo islamico, in particolare quella tra l’Arabia Saudita wahabita (una delle più rigide versioni dell’islamismo, da tempo scelta come principale alleata dall’occidente liberale e progressista) e l’Iran sciita che, in opposizione all’ideologia wahabita, non identifica la dicotomia oppressi/oppressori con quella credenti/non credenti ed è inoltre capace di dar vita una società molto più complessa e pluralista di quanto siamo abituati a credere, notevolmente impegnata sul fronte dell’eguaglianza. Differenze, quella tra sauditi ed iraniani, che si riverberano infine, ad esempio, nell’eterogeneità fra l’esperienza dell’Isis, che oppone l’umma, la comunità dei credenti, allo stato nazionale (in singolare coincidenza, nota Moro, con il presunto universalismo della globalizzazione) e quella di Hezbollah, assimilabile, almeno in una certa misura, ai classici movimenti progressisti democratico-nazionali.
Necessariamente, poi, il libro di Moro non parla solo del conflitto mediorentale, ma anche dei conflitti interni alla società europea. Una guerra, infatti, non è solo guerra fra stati o fra potenze geopolitiche, ma è sempre legata una guerra interna agli stati stessi, una guerra civile esplicita o latente che può assumere caratteri reazionari o rivoluzionari. E proprio una guerra civile europea fra poveri (p.35), una guerra reazionaria, accompagna o potrebbe accompagnare secondo Moro l’estendersi dello scontro in Medio Oriente. Una tendenza che gli atti di terrorismo jhadista in Europa vogliono certamente accentuare, ma che trova ampio alimento soprattutto nei processi profondi che stanno creando da noi un nuovo “popolo dell’abisso”, composto in larga misura da immigrati di prima o seconda o terza generazione, che va ad ingrossare quel vasto esercito industriale di riserva di cui il nostro capitalismo (per motivi demografici e tecnico-economici dettagliatamente ricostruiti dall’autore) ha assolutamente bisogno. Un popolo percepito come una minaccia dagli strati proletari autoctoni ad esso più contigui e spesso indotto dalla propria rabbia sociale ad identificarsi con il radicalismo islamico. Cosicché, conclude Moro, se l’immigrazione trova una sua indiscutibile razionalità dal punto di vista demografico, questa razionalità non può palesarsi pienamente se non a seguito di un drastico mutamento delle politiche fin qui seguite in Europa in materia di scelte macroeconomiche, di welfare e di mercato del lavoro. Insomma: senza una critica radicale e fattiva del neoliberismo la sola, e sacrosanta, accoglienza non basta, ed anzi fomenta aspre divisioni del nostro fronte. Ovviamente, per l’autore e per noi non sono gli immigrati a costituire il problema: il problema è dato dalla crisi, dalla riduzione del welfare dalla contrazione degli investimenti fissi e di conseguenza dell’occupazione assoluta. Una politica di accoglienza si fa con politiche espansive (welfare e investimenti pubblici) ed è quindi parte dell’opposizione ai diktat europei (e a quel “diktat automatico” che è l’euro).
Concludendo questa rapida rassegna di alcuni dei temi di un testo assai ricco, mi preme porre una questione che riguarda tempi e modi della trasformazione delle proxy wars in scontro diretto tra grandi potenze. Moro, dopo aver sostenuto la necessità di questa trasformazione, elenca con comprensibile e ragionevole prudenza alcuni importanti fattori che la rendono a suo dire meno imminente: la mancata formazione di due blocchi militari contrapposti paragonabili alla triplice Intesa ed alla Triplice Alleanza della prima guerra mondiale (o, meglio, la mancata formazione di un blocco Brics di fronte al pur scricchiolante blocco occidentale), la notevole interconnessione odierna tra le economie mondiali e tra le imprese che ne sono protagoniste, l’attuale schiacciante superiorità militare degli Usa, nonché la minaccia di distruzione nucleare reciproca che comunque continua a pesare sui contendenti. Tutti questi elementi di controtendenza saranno efficaci, secondo Moro, soltanto finché le contraddizioni dell’accumulazione capitalistica non giungeranno al punto di non ritorno: sono infatti i rapporti economici, e non quelli geopolitici, i fattori determinanti in ultima istanza. A mio avviso, fatta eccezione per la prospettiva dell’olocausto nucleare (ma, come sappiamo, “gli dei accecano coloro che vogliono perdere”…), tutte le controtendenze indicate da Moro potrebbero funzionare invece da elemento di accelerazione. Proprio l’inesistenza di un fronte militare dei Brics potrebbe indurre gli Usa ad usare presto la loro potenza contro almeno uno dei rivali, quello oggi militarmente più pericoloso ma (se isolato) ancora contenibile, ossia la Russia. E, per quanto riguarda le interconnessioni economiche, se si parla della proprietà ormai transnazionale delle più grandi imprese, si tratta pur sempre di una proprietà in larga misura occidentale, e se si parla di interdipendenza finanziaria e commerciale, questa non suggerisce sempre e solo la pace, ma può indurre qualcuno a decidere di non dipendere più dai prestiti o dalle materie prime di questo o di quel paese, sottomettendolo a sé. Più in generale, ma questa è una mia personale opinione, non sembra giusto sostenere che il fattore che in ultima istanza decide sull’esplosione delle guerre è quello economico. La riproduzione dei rapporti sociali capitalistici, e dei rapporti geopolitici che li coronano, avviene normalmente in una forma che si presenta come puramente economica, e che come tale consente un dominio più sottile e profondo perché apparentemente impersonale. Ma quando intervengono forti crisi, sono la politica e gli stati a divenire i garanti principali della riproduzione dei suddetti rapporti, e la logica geopolitica tende ad assumere un ruolo decisivo, prevalente rispetto a quella degli interessi immediati di questo o quel singolo gruppo capitalistico.
Ciò detto, resta il fatto che la tendenza alla guerra (sia la guerra stessa imminente o meno) è la cifra di questa epoca, è l’elemento che dovrà essere considerato sempre di più come decisivo per spiegare le dinamiche politiche internazionali ed interne. Lo dimentichiamo (anzi, lo rimuoviamo) troppo spesso: per fortuna ogni tanto c’è qualcuno, come Moro, che cerca di ricordarcelo prima che sia troppo tardi per approntare una risposta.

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