Ha vinto Israele, la Palestina è morta. Ma è adesso che cominciano i guai veri

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Riprendiamo volentieri questo nettissimo articolo di Fulvio Scaglione sulla questione palestinese, e ci chiediamo quanto della tragica “soluzione” di quella vicenda non sia da imputarsi anche all’assenza di un “attore d’area” votato alla pace ed all’equilibrio, quale potrebbe essere un’Italia che fosse capace di superare con realismo la propria attuale, penosa subalternità. La vicenda palestinese, inoltre, ci interroga su cosa possa significare appoggiarsi – come ha fatto negli anni la leadership di quello sventurato popolo – al “grande satana” statunitense per tentare di tenere a bada il “piccolo satana” israeliano. Domanda pregnante, ancora una volta, per un’Italia che potrebbe rischiare abbastanza presto di dover scegliere tra la padella di Berlino e la brace di Washington.

Di Fulvio Scaglione (da sinistrainrete)

Non ci sono molti modi per dirlo e l’unico che abbia senso è il più diretto e brutale: la causa palestinese è finita. Non si tornerà alla Linea Verde e agli pseudo-confini in essere tra il 1949 e il 1967, Gerusalemme Est non sarà mai la capitale dello Stato di Palestina anche per la semplice ragione che non ci sarà mai uno Stato di Palestina. Benjamin “Bibi” Netanyahu, primo leader del Governo a essere nato nello Stato di Israele, quattro volte primo ministro e secondo premier più longevo dopo il padre della patria David Ben Gurion, ha vinto. Ha ridotto l’opposizione armata dei palestinesi a un problema di ordine pubblico, ha incrementato la politica degli insediamenti (oggi il 10% della popolazione israeliana vive nelle “colonie”), il suo partito Likud ha proposto l’annessione diretta di tutti gli insediamenti di Giudea e Samaria (chiamate “aree liberate”), lui si è presentato agli elettori con la promessa che lo Stato palestinese non sarà mai creato (e l’hanno rieletto), si è fatto dare soldi e armi da Obama e Gerusalemme da Trump.

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Bagnai

Senzanome

Ugo Boghetta Mimmo Porcaro

Dunque Bagnai si candida con la Lega.

Alcuni sono sconcertati, altri entusiasti. Crediamo abbiano torto entrambe le fazioni-

Bagnai giustifica questa scelta a causa dell’insensato europeismo della pluralità della sinistra: né LeU, né Potere al popolo pongono la questione dell’uscita dall’euro. A sinistra, anzi, c’è chi stupidamente afferma che la scelta di Bagnai è la fine inevitabile di qualsiasi impostazione indipendentista, salvo che, ovviamente, non si parli di altri paesi europei, latino americani o del vicino oriente: “Not in my back yard”. L’opinione di costoro non vale le tastiere su cui sbattono le dita invece di resettare il cervello. In effetti le uniche posizioni no euro le troviamo a destra.

In questo contesto si può comprendere l’idea di continuare nella Lega la battaglia noeuro ritenuta (a ragione) strategica. Non c’è nulla di sconcertante.

Noi, tuttavia, non siamo affatto entusiasti di questa scelta.

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Potere al popolo: déjà vu o quasi

Senzanome

Ugo Boghetta

Il Natale, il giorno in cui siamo tutti buoni, è andato. Possiamo tornare ad essere cattivi. Tuttavia questo non serve nel commentare il programma di: “Potere al Popolo”. Basta constatare.

Il testo è infatti la solita lista della spesa in perfetto sinistrese. Una lista così lunga dove trova spazio anche la contrarietà all’allevamento intensivo dei maiali nel mantovano! Sembra uno dei vari programmi elettorale delle tante esperienze della sinistra radicale. Tante cose giuste per carità, ma mancano i nodi, i nessi, le gerarchie, un progetto. Non è un programma. Ed è anche un documento tipico di una coalizione: ognuno mette il proprio pezzo per riconoscersi.

In questo modo, negli aspetti principali, ci troviamo inevitabilmente dinnanzi a veri e propri cortocircuiti.

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